De Benoist: non approvo il razzismo dei disagiati, ma lo comprendo

Riportiamo ampi passaggi dell’intervista ad Alain de Benoist sul tema dell’immigrazione pubblicata nel libro Mare Monstrum. Immigrazione: bugie e tabù di Alessio Mannino (Arianna editrice)

È possibile considerare l’immigrato proveniente da zone povere del mondo, che migra per ragioni economiche e vuole rifarsi una vita in Occidente, come uno schiavo contemporaneo?

(…) L’immigrazione che si riversa oggigiorno nei Paesi europei è caratterizzata dal fatto di essere allo stesso tempo sia incredibilmente veloce, sia estremamente massiva e di concernere popolazioni le cui personalità etnoculturali, come anche i costumi stessi, si distinguono profondamente da quelle delle popolazioni che le accolgono. Inoltre, per il fatto del “ricongiungimento familiare”, è una immigrazione non più temporanea (come lo era una volta quella dei Gasterbeiter, che ritornavano nel loro paese d’origine, dopo un certo periodo), ma permanente, cioè una immigrazione di popolamento. L’immigrazione massiva, le cui motivazioni sono prevalentemente economiche, è uno sradicamento irriducibile. Che questo sradicamento prenda le forme di un’autodeportazione non cambia nulla alla questione. Eppure, il desiderio di “rifarsi una vita in Europa” (desiderio che spesso sfocia in una profonda disillusione), non spiega ogni cosa. L’immigrazione cui oggi assistiamo è indissociabile in primo luogo dalla globalizzazione, che privilegia a tal punto la nozione di “mobilità” da esaltare in permanenza la figura del nomade rispetto a quella del sedentario, e in secondo luogo da un clima ideologico globale, che tende alla delegittimazione del radicamento, del desiderio di vivere all’interno di un quadro familiare, in cui le persone possono riferirsi a un modo di vita specifico e a dei valori condivisi. Sono tre le scuole di pensiero, molto diverse tra loro, che concorrono a mantenere questo clima: innanzitutto vi sono le Chiese cristiane, che si prodigano per spirito di carità a considerare lo straniero come “fratello”; poi quella frazione della sinistra progressista che pone l’uomo come “cittadino del mondo”; infine gli ambienti aderenti al capitalismo liberale, che sono favorevoli all’eliminazione delle frontiere in quanto limitano l’espansione planetaria del mondo.

Come si pratica dal punto di vista politico il differenzialismo, da lei teorizzato contro l’immigrazionismo imperante?

Nel passato la Francia ha sempre rifiutato l’idea di integrare delle comunità e ha privilegiato la possibilità di un’assimilazione totale che si realizzasse al livello dei soli individui. Un tale sistema ha potuto funzionare nel passato perché l’immigrazione non aveva ancora il carattere di massa che ha attualmente e inoltre esistevano delle strutture di assimilazione quali la scuola, l’esercito, le chiese, i sindacati, i partiti ecc. Oggi tutte queste strutture sono entrare in crisi e l’assimilazione è diventata semplicemente impossibile (…). La mia posizione consiste nel non ostacolare la necessaria integrazione delle persone immigrate e nel riconoscimento del fatto comunitario, nella sua doppia dimensione pubblica e privata. All’inizio è necessario imporre una legge comune, che sia rispettata da tutti e, all’interno di questa legge comune, esaminare quali sono gli “aggiustamenti ragionevoli”, che è possibile accettare senza minacciare l’ordine pubblico. Solo così si potranno integrare le differenze, senza costringere gli immigrati a pagare la loro integrazione al prezzo dell’oblio delle loro radici.

Lei oggi vede un pericolo di razzismo popolare come reazione al disagio e alla frustrazione dell’Occidente in crisi economica e morale?

È innegabile il fatto che attualmente nella maggior parte dei Paesi europei si è sviluppato un razzismo popolare, la cui causa principale risiede nell’immigrazione massiva e ancor di più nelle patologie sociali che ne risultano. Sto pensando, in particolare, all’aumento della criminalità e all’aggravarsi dell’insicurezza, al crollo della qualità scolastica, alle innumerevoli “inciviltà” che sono la trama quotidiana dei fatti di cronaca. Questo razzismo non ha nulla di ideologico, è puramente sociologico (…) È diffuso soprattutto nelle classi popolari, che sono le prime a soffrire delle patologie sociali generate dall’immigrazione (…). Posso comprendere intellettualmente queste reazioni, ma non le approvo in alcun modo. Non è attraverso il razzismo, né con la xenofobia che verrà risolto il problema dell’immigrazione, ma con un’analisi ragionevole di quello che è concretamente possibile fare per risolvere le difficoltà.

Quale ruolo dovrebbe avere l’Europa?

È utopistico volere “fermare l’immigrazione”, ma è certamente possibile rallentarla e tentare di monitorarla meglio di come avviene attualmente (…). Dovrebbero inoltre essere messi in opera degli accordi bilaterali o multilaterali con i Paesi d’origine degli immigrati. Purtroppo è molto difficile, sia in ragione dell’attività di certe lobby associative, sia a causa delle legislazioni esistenti, che sono molto spesso imposte ai governi nazionali dalla burocrazia di Bruxelles. D’altra parte, è bene fare distinzione tra l’immigrazione in generale (quella che rischiamo di vedere svilupparsi nel futuro) e la questione dello statuto delle popolazioni immigrate (o di origine immigrata), che sono già in Europa, talvolta da più generazioni, e dunque sarebbe assolutamente irrealistico credere che un giorno potranno essere “rimandate a casa”. Il problema generale dell’immigrazione non potrà essere risolto, senza una vera “decolonizzazione dell’immaginario simbolico” (Serge Latouche) che concerne il ruolo dell’economia nel mondo attuale, lo statuto della logica del profitto e la definizione che bisogna dare delle aspirazioni fondamentali degli esseri umani.