Marò, nuova doccia fredda. Anche in India le toghe contano più del premier

Una doccia gelida per il destino dei marò italiani. Altro che trattativa a buon punto. Altro che punti di contatto fra i due governi, quello indiano e quello italiano. Da New Delhi fanno sapere che anche se il governo indiano decidesse di aprire alle richieste italiane, anche se si trovasse un terreno di confronto e di incontro, ammesso che le diplomazie riuscissero ad attivare tutti gli strumenti necessari per sbloccare una situazione che si trascina oramai da quasi 3 anni, sarà la giustizia indiana a decidere. E non le trattative – ammesso che effettivamene ve ne siano – fra i governi.
E’ netta la presa di posizione di quello che l’Ansa definisce il portavoce del governo indiano, Syed Akbaruddin. Che, rispondendo ad una domanda posta da un giornalista dell’Agenzia Ansa, replica: «La giustizia indiana è libera, trasparente e imparziale», la vicenda dei marò «non è solo una discussione fra due esecutivi, ma è un tema all’esame della magistratura indiana» che «deve esprimersi prima che si possa andare avanti».
Insomma, poche illusioni, questo è il senso.

Braccio di ferro fra magistrati e governo indiano sui marò

Anche perché, in passato, lo scontro fra giustizia indiana e governo è andato tutto a discapito dei marò. Laddove il governo indiano sembrava possibilista e apriva spiragli, la magistratura indiana faceva sapere di essere assolutamente contraria. E nel braccio di ferro intentato sulla vicenda dei due marò finiva per avere la meglio.
Syed Akbaruddin ha ammesso che «è difficile spiegare a che punto siamo (nei contatti fra i governi, ndr.) per il semplice fatto che la questione è all’esame della giustizia». E, ha proseguito, spiegando che «mentre il governo indiano può avere un punto di vista e considerare varie opzioni, fondamentalmente questa questione è in mano alla giustizia e dovrà andare attraverso un percorso legale ed arrivare ad una decisione della magistratura affinché si possa andare avanti».
Syed Akbaruddin ha citato, a titolo di esempio, il fatto che «giorni fa il governo italiano ha cercato di ottenere una estensione della permanenza in Italia di uno dei due Fucilieri» e che «il governo indiano non era contrario a che essa fosse concessa».
Ma comunque, ha aggiunto Syed Akbaruddin, «la Corte Suprema ha assunto una posizione fortemente contraria a questa richiesta, per cui i legali hanno ritirato l’istanza».
Tutto questo, ha concluso, per dire che «si deve capire che questa non è una discussione solo fra due governi, ma coinvolge la giustizia indiana che è libera, trasparente e imparziale e che si formerà una opinione indipendente su quanto è avvenuto».

Le manovre del diplomatico carrierista sulla pelle dei marò

Il punto, tuttavia, è un altro. Syed Akbaruddin non è il portavoce del governo ma è, invece, il portavoce del ministero degli Affari Esteri indiano. Il primo ministro Narendra Modi, infatti, non ha alcun portavoce, come scrive l’esperto di questioni diplomatiche, Rajeev Sharma, così come nessun ministro del governo indiano ha un portavoce. Akbaruddin in realtà è un diplomatico di carriera, abile e spregiudicato comunicatore, piuttosto sprezzante con la stampa che pone domande scomode durante le sue conferenze stampa che tiene periodicamente. Un portavoce è, appunto, colui che si occupa dei rapporti di carattere politico-istituzionale con gli organi d’informazione. Ma Akbaruddin, al quale il primo ministro Modi ha offerto il posto da portavoce dell’ufficio del primo ministro indiano, ha rifiutato. L’uomo guarda lontano, punta ad avere le mani libere e a far politica in prima persona, non da semplice portavoce del Ministero degli Affari Esteri nè di quello dell’ufficio del primo ministro. Fra sei anni deve lasciare la poltrona. Ma a gennaio, quindi fra un mese, spera di ottenere il posto, ben più prestigioso, di ambasciatore a Ginevra come rappresentante permanente dell’India presso l’Onu . E cosa c’è di meglio, per farsi notare a livello internazionale, che prendere di petto i marò e l’Italia?