Solidarietà? No, affari rossi. Ogni famiglia “Rom” ci costa 270mila euro

Vi siete mai chiesti perché se i Rom sono così a disagio in Italia, e a Roma, se vengono trattati male, derisi, isolati e “costretti” (si fa per dire) a rubare, invece di cercare altri luoghi dove bivaccare finiscono per tornare e moltiplicarsi sempre intorno a noi? Ventisette milioni di euro, questo è il motivo. In tanti, a sinistra, dai tempi di Veltroni – che per la prima volta destinò all’assistenza degli zingari quella cifra “monstre” – fanno soldi sulle carovane di questi popoli erranti, in nome della solidarietà. Ai propri portafogli.

Il business spacciato per solidarietà

 

Quei “tanti” sono quasi tutti esponenti del fantasmagorico mondo delle cooperative sociali, le coop rosse, sulla carta “no profit”. Come quelle di Salvatore Buzzi, che intratteneva rapporti con l’ex Nar Carminati per incrementare i numeri del business di nomadi che – testuale – “fanno guadagnare più soldi  dello spaccio di droga”. Quei ventisette milioni di euro, di qualche anno fa, con Alemanno sono diventati 24. Meno, ma troppi, comunque. Ed è qui che l’ex sindaco di Roma ha commesso uno dei suoi principali errori: non comprendere come quella cifra stanziata in nome del “politically correct” di sinistra, fosse solo una copertura per affari d’oro di quella sinistra che si trincera dietro la gloriosa (anche qui si fa per dire) etichetta delle Coop rosse. La foto che ritrae a cena il ministro Poletti, “mammasantissima” della LegaCoop, con al tavolo a fianco il leader della comunità Rom, Casamonica, dice tutto o quasi su quel mondo di pseudo-volontariato a nove zeri.

I numeri del business

A quantificare il giro d’affari  è stata l’associazione “21 luglio” lungo report pubblicato sul suo sito (leggi qui il dcumento integrale) dal quale emerge, come detto, che solo  nel 2013 il Comune di Roma ha speso 24 milioni di euro per la gestione dei villaggi di solidarietà e dei centri di raccolta nomadi. In questo sistema operano 35 enti pubblici e privati che danno lavoro a oltre 400 persone le quali, scrive l’associazione, «usufruiscono dei finanziamenti comunali per lo più attraverso affidamento diretto e non tramite bandi pubblici». Ma c’è di più. Dei 24.108.406 euro spesi, l’86,4% è stato utilizzato per la gestione vera e propria dei campi, compresa la vigilanza e la sicurezza: solo il 13,2% è stato destinato alla scolarizzazione mentre soltanto lo 0,4% del totale è stato destinato all’inclusione sociale dei rom.

 L’esempio illuminante di Castel Romano

Il campo Rom di Castel Romano, creato da Veltroni e per il quale le coop che fanno capo a Buzzi chiedevano due milioni di euro l’anno al Comune, ospita circa 900 persone e costa 5,3 milioni l’anno, di cui 2 per la gestione ordinaria. E nella struttura manca perfino l’acqua potabile. Com’è possibile? L’associazione ha calcolato che dal giorno dell’inaugurazione, nel 2012, quel campo nomadi è costato 270mila euro a famiglia. Il campo della Barbura, invece, anch’esso inaugurato nel 2012, è costato al Comune 10 milioni di euro e nel 2013 ne sono stati sborsati quasi due per la sola manutenzione. E poi vi chiedevate perché i Rom vi spuntano come funghi sotto casa…

Il campo Rom di Castel Romano