Ecco i tre motivi per cui Gianni Alemanno uscirà a testa alta

“Mafia capitale” è lo spaccato di una vicenda torbida ed inquietante che getta una luce a dir poco sinistra sulla fragilità della politica e sulla bulimia criminale delle cosche. Una brutta storia, insomma, nella quale ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. Quelle giudiziarie saranno accertate dai tribunali. Toccherà invece ai partiti meditare intorno a quelle politiche e comportarsi di conseguenza. Esistono tuttavia ben tre motivi per difendere Gianni Alemanno, il pesce più pregiato finito nella rete dell’inchiesta condotta dalla Procura di Roma, e per parare il tentativo di chi – ambienti politici e mediatici – vorrebbe riscrivere la storia della destra capitolina come l’appendice di un romanzo criminale.

1 – L’ipotesi di reato contestato all’ex-sindaco (associazione a delinquere di stampo mafioso) è, giuridicamente parlando, un’imputazione a pericolosità sociale presunta. Fuori dai tecnicismi, vuol dire che, nove volte su dieci, chi la riceve finisce in galera. Alemanno è invece libero e lo stesso procuratore capo Giuseppe Pignatone ha spiegato in conferenza stampa che la sua posizione è “oggetto di approfondimento”. Questo vuol dire che l’iscrizione di Alemanno nel registro degli indagati non deriva tanto dalla presenza di indizi a suo carico (la sola appartenenza al sodalizio criminoso sarebbe di per sé sufficiente a giustificarne l’arresto) quanto dalla necessità di approfondire il suo ruolo nella vicenda incriminata. In sintesi, Alemanno ha ricevuto un’informazione di garanzia, cioè un atto adottato a difesa dei diritti dell’indagato.

2 – Ad Alemanno non vengono contestate condotte. Gli appalti concessi da Roma Capitale alla cooperativa “29 giugno”, tradizionalmente gestita da elementi legati alla sinistra, vengono illuminati dall’inchiesta più sotto il profilo dell’opportunità politica che della regolarità amministrativa. È anche vero, tuttavia, che la sinistra ha maturato una particolare competenza nella gestione di temi come marginalità sociale, degrado delle periferie, recupero degli ex-detenuti e così via. Un’amministrazione di centrodestra che voglia impegnarsi (e non si vede come potrebbe astenersi dal farlo) su questi fronti è in qualche modo “costretta” ad appoggiarvisi.

3 – Gli uomini del sindaco. Secondo la tesi investigativa, due stretti collaboratori dell’ex-sindaco, Mancini e Panzironi, erano sul libro-paga della mafia capitolina. Vero o falso, sarà un tribunale ad accertarlo. In questa fase istruttoria – ed anche questo spiega la necessità di approfondire la posizione di Alemanno – il “non poteva non sapere” rappresenta una luce alla quale gli inquirenti non possono rinunciare. Il prosieguo dell’indagine dovrà proprio accertare se ed in che misura l’ex-primo cittadino fosse a conoscenza della presunta infedeltà dei due collaboratori. Un politico o un amministratore è sempre tenuto ad agire nel rispetto della legge, ma non gli si può chiedere di esercitare il controllo di legalità, funzione tipica degli organismi autorizzativi e/o sanzionatori. Alemanno non è il primo né purtroppo sarà l’ultimo a poter essersi affidato a persone che hanno tradito la sua fiducia al riparo della comune fede politica. Quando questo sarà chiaro a tutti, Alemanno uscirà da questa brutta storia come da lui stesso annunciato. A testa alta.