Tra furbizie e tatticismi Renzi “usa” Prodi per aprire la corsa al Colle

Qualcuno lo ha definito il “gioco degli specchi”. Ma forse sarebbe meglio definirlo “il gioco delle convenienze”. Fatto sta che la visita di Romano Prodi a Matteo Renzi, tra indiscrezioni, conferme e smentite sul contenuto del lungo colloquio tra i due, si presta a più di una interpretazione. C’è chi vi intravede, non senza ragione, l’avvio di quella tortuosa e complicata questione Quirinalizia che agita il Pd quanto le altre forze politiche , di maggioranza e di opposizione. Sulla scelta del nuovo Presidente della Repubblica, una volta che Giorgio Napolitano avrà formalizzato le dimissioni ( a metà gennaio, secondo alcune fonti), si è di fatto aperta la grande partita. Una partita dalle mille implicazioni. E, proprio per questo, scandita da un tatticismo che si spiega, appunto, solo con ragioni di convenienza.

Il ruolo di Berlusconi

A Renzi conviene tenere sulla corda Berlusconi. Sa che l’ex Cavaliere non vuole essere emarginato dalla partita del Colle. Però ne teme l’azione di interdizione sulle riforme. Timore accentuato dal crescente malumore che si registra in una Forza Italia sempre più divisa e allo sbando. Non è un caso che il ministro Maria Elena Boschi non abbia escluso, nel caso in cui il Patto del Nazareno dovesse venir meno, il ricorso ad altre forze parlamentari per eleggere il nuovo Capo dello Stato. In questo caso la carta Prodi verrebbe tirata in ballo in chiave antiberlusconiana. Convenienza per convenienza, al premier conviene stringere in un angolo i dissidenti del suo stesso partito. La sola notizia dell’incontro Renzi-Prodi suona come una sorta di avviso ai naviganti; fuor di metafora, ai franchi tiratori che si annidano in Parlamento tra le file del suo stesso partito, che è esattamente lo stesso Parlamento che rifilò a Bersani l’amaro calice dei 101 voti mancanti all’appello, su cui si affossò la candidatura di Romano Prodi nella primavera del 2013.

Avviso ai franchi tiratori del Pd

Ora che il nome di Prodi torna ad essere riproposto dalla minoranza del Pd, non si sa se con l’assenso o meno del Professore, Renzi ha voluto far capire che non intende farsi condizionare e che, se proprio si deve puntare su un cavallo di ritorno, condizioni permettendo, non si lascerà certo sottrarre la carta Prodi dalle mani. Quest’ultimo ha lasciato intendere, ancora una volta, di non volersi prestare ad una ennesima bruciatura e di gradire poco la nomination, prediligendo altre vie ed altre responsabilità sullo scacchiere internazionale. Sarà vero ? Chissà. La sensazione è che si tratti di una mezza verità. Un po’ come la fiaba di Esopo dell’uva e della volpe. Solo che qui ancora non si capisce nel gioco delle “convenienze” chi sarà il più furbo.