Fuoco su Erdogan per il palazzo con 1150 stanze. E lui: «È del mio popolo»

Il palazzo della discordia sorge su una collina alla periferia ovest della capitale Ankara. È la nuova residenza presidenziale di Erdogan, che sta dividendo l’opinione pubblica in Turchia, suscitando clamore e perplessità. Occupa 150mila metri quadri di terreno, è costato un occhio della testa (non si sa esattamente il reale costo, c’è chi parla di 490 milioni di euro) che in tempi di magra fanno notizia. L’edificio è «adatto» per gli incontri con politici e capi di Stato, c’è un centro congressi, una residenza per gli ospiti, il giardino botanico e un parco. Enorme, supera la Casa Bianca, Buckingham Palace, il Cremlino. E ci sarebbe anche un bunker antiatomico.

Favorevoli e contrari

I tradizionalisti sono favorevoli perché l’architettura richiama antichi splendori, con le colonne in marmo, lo stile ottomano del tardo medioevo, i lunghi corridoi e i pavimenti tirati a lucido. L’opposizione invece protesta, troppi soldi spesi, e incassa il sostegno degli ambientalisti. Erdogan però ha incassato il primo successo: nonostante gli inviti a non farlo, Papa Francesco è stato il primo ospite ad avere varcato la soglia del nuovo sontuoso palazzo presidenziale di Ankara.

Erdogan non demorde e rilancia

Il presidente turco ha difeso la controversa scelta di dotarsi di un enorme palazzo presidenziale e, nel farlo, si è vantato che le stanze dell’edificio di Ankara sono più numerose di quanto finora indicato dai media: non le già clamorose mille ma «almeno 150 in più». «L’opposizione critica la nuova dimora presidenziale», ha ricordato lo stesso Erdogan parlando a imprenditori a Istanbul. «Ma lasciatemi dire essa ospita almeno 1.150 stanze, non un migliaio come si dice in giro», ha aggiunto. Il capo di Stato ha difeso con veemenza la decisione di costruire il palazzo : «Non si fanno economie, quando si tratta del prestigio» di una nazione, ha insistito il presidente sottolineando che, del resto, «non è il mio palazzo, non è una proprietà privata: è del popolo, gli appartiene».