«Eia, eia, baccalà!»: così Jacovitti dissacrava tutto nelle sue tavole

Disse di se stesso che era un matto, un anarcoide, comunque un eterno frainteso. Benito Jacovitti, di cui oggi ricorre l’anniversario della scomparsa, nel 1997, certo il maestro dei fumettisti italiani, rivoluzionò un modo di fare satira con le vignette. Lui non voleva far sghignazzare, voleva proprio far ridere, con il disegno più che con la battuta. Come un clown. Gli dettero più volte del fascista, forse a causa del suo nome di battesimo, lo stesso Togliatti gli lanciò un anatema addirittura alla Camera, apostrofandolo “nemico del popolo” perché aveva partecipato alla campagna contro il Fronte popolare. Non solo, ma questo Togliatti non lo seppe: Jacovitti (il cui cognome era Iacovitti) disegnò anche un manifesto per Arturo Michelini, segretario del Movimento Sociale Italiano, per la campagna elettorale. Ma non si fece pagare, mentre dalla Democrazia Cristiana sì («Loro i soldi ce li avevano, eh, eh, eh»).

Ammirava Berlusconi, Almirante, Fini, Fanfani

Disse di aver votato sempre liberale e poi per Berlusconi, uomo politico che ammirava, insieme ad Almirante, Fini e Fanfani. E quarant’anni dopo la fatwa del Migliore, Benito si prese la sua rivincita, e che rivincita: gli fu chiesto di fare una copertina di Tango, inserto dell’Unità… disegnò anche delle vignette divorziste per Pannella, se è per questo. E lui certo divorzista non era: sposato dal 1949 sempre con la stessa donna, Floriana Jodice, Lilli, che quando lui morì, il 3 dicembre 1997, aspettò solo un giorno prima di raggiungerlo storncata da un infarto. Sì, sembravano essere stati concepiti da Peynet, disse la figlia Silvia. Quelle che è certo è che Jac, originario di Termoli a prima ancora dell’Albania, intepretò in maniera personalissima e anarchica non solo la satira ma l’intero fumetto mondiale, riempiendo pagine e pagine di personaggi strambi, grotteschi, in un nonsense da torte in faccia permanenti (e salami). Memorabile anche la sua vignetta di Cocco Bill, il pistolero alla camomilla, che piange sulla tomba di John Wayne quando the Duke morì. Creò un pantheon infinito di personaggi bislacchi, da Gionni Peppe a Trottalemme, da Tom Ficcanaso a Zorry Kid. Fece cento campagne pubblicitarie per le più grandi aziende italiane, sul cancello della sua villa a Forte dei Marmi aveva appeso il cartello: “Attenti al dromedario”. Inventò per i suoi fumetti una specie di onomatopea futurista, “Cazzottonnn, schiaffonnn…”.

L’epico Diario Vitt, tre milioni di copie

E che dire poi del Diario Vitt, uscito dal 1945 al 1989, di cui si tirarono tre milioni di copie? Jacovitti disse che si divertiva quando vedeva studenti con Lotta Continua in una tasca e il Diario Vitt nell’altra, perché a un certo punto gli estremisti di sinistra divennero furiosi quando Jac sfotteva il Movimento studentesco: «Raglia, raglia, giovane Itaglia», lo apostrofava. Dissacrava tutto: il fascismo, il comunismo, la democrazia cristiana, il sesso, i ricchi, i poveri. Il suo umorismo surreale e confusionario era mutuato sia da Li’l Abner, di Al Capp, in Italia un po’ sottovalutato, sia da Popeye, di Segar. Non amava molto i vignettisti moderni che affidavano tutto alla battuta trascurando il disegno. Si starà rivoltando nella tomba.