Effetto Pignatone: tutti i “cavalli” azzoppati del Pd nella corsa al Quirinale

Marino e non solo. L’inchiesta “Mafia Capitale” non sta dando grattacapi al solo sindaco “marziano” ma sta allungando la sua ombra nefasta anche sulla corsa al Quirinale che le imminenti dimissioni Napolitano potrebbero anticipare addirittura al prossimo gennaio. Persino ovvio sottolineare l’importanza politica di questo appuntamento, ma è tuttavia utile esplorarne tutte le sfaccettature, a cominciare dal profilo che dovrà tenere il prossimo inquilino del Colle, della sua compatibilità con Renzi e del ruolo che dovrà svolgere rispetto alle riforme costituzionali e di come si atteggerà nel momento in cui il Parlamento dovesse finalmente condurle in porto. Va da sé che la fine del Senato elettivo e la modifica del quorum per le elezioni del Capo dello Stato, una volta approvate, metterebbero a nudo il deficit di legittimazione del successore di Napolitano, le cui dimissioni, a quel punto, diventerebbero un atto dovuto.

Sul Quirinale il Pd fa i conti senza l’oste

Il passaggio è sicuramente arduo e questo spiega perché oggi il Pd, forza politica maggioritaria in Parlamento, stia pensando a figure di garanzia o comunque politicamente non ingombranti, capaci di togliere il disturbo quando il mutato quadro costituzionale lo richiederà. Ma i calcoli, i sondaggi, le aperture finora esperiti somigliano tanto ai conti senza l’oste. Dove l’oste, appunto, è proprio l’inchiesta di Pignatone sul bosco ed il sottobosco politico capitolino. Non si deve per forza finire indagati come Alemanno per uscire fuori gara. Basta una semplice citazione in un verbale, essere tirati i ballo nel corso di una conversazione tra Buzzi e Carminati o tra Odevaine ed un deputato oppure, peggio ancora, essere stato un politico o un amministratore che per ragioni d’ufficio è stato costretto ad avere rapporti con la banda di delinquenti che appestava il Campidoglio.

Finita la rosa, restano le spine

Prendiamo Veltroni: se coltivava qualche legittima ambizione presidenziale, “Mafia Capitale” gliel’ha già bell’e seppellita. L’autodifesa su Repubblica ha finito solo per alleggerire la posizione del suo successore alla guida di Roma. Non si capisce infatti per quale motivo a Veltroni può essere perdonata la nomina di Odevaine mentre Alemanno dev’essere lapidato e indagato per aver quella di Panzironi. Uoltèr è irrimediabilmente out. E uno. Nella sua scia Anna Finocchiaro: l’attuale relatrice dell’Italicum  ha tentato di riconquistare il cuore di Renzi dopo che questi aveva ricicciato la storia dei carrelli Ikea spinti dagli agenti della scorta assecondandone al millesimo le indicazioni sulla legge elettorale. Tutto inutile: anche il suo nome è spuntato fuori in una telefonata in cui Buzzi parla di una gara per il centro di accoglienza immigrati in quel di Mineo, in Sicilia. E sono due. Rutelli è fuori di diritto per essere stato anch’egli sindaco di Roma. Così come D’Alema. E prima ancora – per una storia tutta diversa – era toccato ad un’altra papabile, il ministro Roberta Pinotti essere giubilato anzitempo. Insomma, la rosa di Renzi per il Quirinale perde petali. A breve resteranno solo le spine.