Delitto di Garlasco: Alberto Stasi condannato a 16 anni

Alberto Stasi è stato condannato a 16 anni di reclusione dalla corte d’Assise d’Appello di Milano nel processo d’appello bis per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, avvenuto nel 2007 a Garlasco (Pavia). Stasi era stato assolto in primo e secondo grado dalla stessa accusa prima che la Cassazione annullasse la sentenza di appello. I genitori di Chiara Poggi visibilmente commossi hanno abbracciato il legale di parte civile, l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, dopo la sentenza. Il padre Giuseppe Poggi aveva le lacrime agli occhi. La madre Rita Poggi ha abbracciato anche il cugino di Chiara, Paolo Reale. «Siamo soddisfatti, non abbiamo mai mollato». Sono le parole di Rita Poggi, subito dopo la lettura del dispositivo. Giuseppe Poggi si è limitato a dire che c’è stata «un po’ di giustizia». «Ci aspettavamo la verità per Chiara e oggi abbiamo avuto una risposta», è stato il primo commento dell’avvocato Tizzoni. Nel corso del processo a porte chiuse, secondo la trasmissione televisiva Quarto grado, quando il presidente della Corte gli ha chiesto se avesse dichiarazioni da fare, Stasi si è alzato e ha detto: «Non cercate a tutti i costi un colpevole condannando un innocente. Sono anni che sono sottoposto a questa pressione. È accaduto a me e non ad altri. Perché? Mi appello alle vostre coscienze: spero che mi assolviate».

Riletti tutti gli indizi dopo la sentenza della Cassazione

La condanna di oggi chiude il processo di secondo grado celebrato di nuovo dopo che la Cassazione aveva annullato la precedente assoluzione di Stasi e rinviato gli atti alla magistratura milanese ritenendo che occorresse una «rivisitazione e una rilettura» di tutti gli indizi, alcuni dei quali da approfondire con ulteriori accertamenti. Con questi “paletti” la Corte, davanti alla quale lo scorso aprile si è aperto il cosiddetto processo d’appello bis, oltre al sequestro della bici nera da donna nella disponibilità degli Stasi, ha disposto altri accertamenti: quelli genetici sul bulbo di un capello trovato nel palmo della mano sinistra di Chiara e sulle sue unghie (che non hanno dato esiti tali da costituire una prova processuale) e la ripetizione dell’esame sperimentale della cosiddetta camminata di Alberto estendendolo ai due gradini e alla zona antistante la scala dove quell’estate di sette anni fa l’ex studente bocconiano disse di aver trovato il corpo senza vita della giovane donna. Esame, questo, con cui si è stabilito come sia impossibile che Stasi non si sia sporcato le scarpe e non abbia nemmeno lasciato una traccia ematica sul tappetino della sua Golf, l’auto con cui immediatamente dopo la scoperta del cadavere, si precipitò dai carabinieri del piccolo centro della Lomellina per dare l’allarme. Oltre alle perizie degli esperti nominati dalla Corte, agli atti del dibattimento ci sono alcuni dei risultati dei supplementi istruttori con cui nei mesi scorsi il pg Barbaini ha colmato una serie di lacune, omissioni ed errori dell’inchiesta e gli esiti di approfondimenti effettuati dai legali dei Poggi sulla bicicletta nera.

I nuovi elementi decisivi per la condanna

E proprio omissioni ed errori anche inediti sono uno dei punti chiave della requisitoria del sostituto procuratore generale di una ventina di giorni fa. Innanzitutto ha valorizzato le impronte di quattro dita intrise di sangue lasciate dall’assassino sulla maglia del pigiama di Chiara (sulla spalla sinistra) ma poi cancellate da chi ha rimosso il cadavere. Impronte visibili in modo netto in una foto mostrata in aula e che per il pg provano che Alberto, dopo aver ucciso, si lavò le mani per via della presenza delle sue impronte digitali sul dispenser del sapone in bagno. Altro elemento valorizzato sono due graffi sull’avambraccio di Stasi compatibili con una colluttazione e notati da due carabinieri della stazione di Garlasco nell’immediatezza del delitto. Graffi che, come loro stessi hanno raccontato alla Corte, non sono stati fotografati. Non è nemmeno stato messo a verbale come se li fosse procurati. Infine rilevanti per il pg sono le foto scattate al cadavere: smentirebbero quanto aveva affermato il giovane e cioè che Chiara aveva il volto pallido. Questi e altri indizi valutati nel loro insieme hanno portato il pg a sostenere che quella del ritrovamento del cadavere è stata «una messa in scena» e che l’ex studente bocconiano avrebbe alterato «i quadri probatori, limitandoli, deviandoli» fino a «depistare le indagini», come dimostrerebbe la scoperta da parte della pubblica accusa di altre biciclette, almeno due, possedute dagli Stasi e di cui ha sempre taciuto o di un paio di Geox dello stesso numero delle impronte delle suole a pallini rinvenute sulla scena del crimine e mai consegnate. E se i legali di parte civile, oltre alla sostituzione dei pedali della bici bordeaux Umberto Dei – lì venne rintracciato il dna della vittima -, hanno evidenziato che a carico di Alberto ci sono «11 indizi gravi, precisi e concordanti». La difesa ha invece ripetuto quello che da anni va dicendo: non ci sono prove. Per il difensore di Stasi, Angelo Giarda, non è mai emerso nulla che faccia ritenere il giovane responsabile, anzi al contrario sono venuti a galla elementi che lo scagionano.  Ad Alberto Stasi con la condanna a 16 anni di carcere non è stata riconosciuta l’aggravante della crudeltà che era stata contestata dal sostituto Pg che aveva chiesto 30 anni. Da qui la pena inferiore alla richiesta dell’accusa.