Dal “cecato” al piccolo Loris: così i giornalisti ignorano la deontologia…

I lettori, ovviamente, non lo sanno. Ma in questi giorni le redazioni sono attraversate da particolare fervore. Non si tratta della frenesia di piazzare il migliore scoop sulle intercettazioni per Mafia Capitale o sull’ultimo colpo di scena nella vicenda della madre presunta assassina. Nè si tratta dell’approssimarsi delle vacanze di Natale e Capodanno. No, i giornalisti sono particolarmente concentrati a chiudere i conti con una scadenza annuale obbligatoria che sta mandando in fibrillazione le redazioni. Si tratta della cosiddetta formazione professionale continua che comporta lo studio di una robusta documentazione, formatasi per superfetazione nel corso degli anni, e incentrata, particolarmente, sulla deontologia con ricadute che vanno dai confini fra informazione e pubblicità ai diritti dei bambini, dagli obblighi per la tutela della privacy delle persone, in particolare minori, disabili e malati, ai temi afferenti la sfera sanitaria e medica dei cittadini, dagli obblighi dell’informazione sui sondaggi ai rapporti fra minori e tv, dai doveri dei giornalisti che trattano il delicato settore dell’informazione economica a quelli che trattano, viceversa, l’informazione sportiva, dai diritti sugli immigrati – che un linguaggio testardamente politically correct si ostina a definire migranti (cioè colui che si sposta, non colui che si è già spostato e, magari, ha messo solide radici)  – a quelli verso i detenuti ed ex-detenuti, fino all’obbligo di rispettare, quando si scrive, la dignità delle persone e a non discriminarle per condizioni fisiche e mentali, opinioni politiche, sesso, religione e razza. Quindici pesanti “Carte” deontologiche che, è quasi superfluo dirlo, nessun giornalista conosce a memoria e che la maggior parte, calpesta allegramente più volte a giorno come fossero inutili scendiletti messi lì a far colore.

Calpestate le Carte deontologiche dei giornalisti

Nelle redazioni circolano i racconti di altri colleghi di altre redazioni che assicurano di aver saputo che altre redazioni hanno istituito una sorta di esame collettivo dove ognuno ci mette del suo, si scopiazza un po’ qua e là, chi da un contributo, chi ne da un altro e finalmente si scala tutti insieme l’Everest della formazione deontologica chiudendo così i conti annuali con questo obbligo. La solita Italietta, insomma. Ma, d’altra parte, non è che i contenuti delle carte siano proprio digeribili come un film di Vanzina. Perdipiù grondano di insopportabile buonismo e populismo.
Detto questo, vale la pena di affrontare quella che è poi la teoria applicata alla pratica di questi obblighi che le Carte Deontologiche richiamano e impongono. Con un occhio proprio alle vicende di stretta attualità raccontando le quali si polverizzano in un paio di secondi questi tomi deontologici che fior di giornalisti hanno faticosamente messo in piedi nel corso degli anni.
Prendiamo “Er Cecato”. O, come scrive qualcun altro più in punta di penna, “Er Guercio”.  Parliamo di Massimo Carminati, ex-Nar, ex-delinquente, neo-corruttore dagli spicci metodi mafiosi, se i processi – fino alla Cassazione – riusciranno a confermare l’impianto accusatorio, etc. etc.
Recitano saggiamente le rispettabilissime Carte Deontologiche alla voce “Tutela della Dignità delle persone malate”: «Il giornalista, nel far riferimento allo stato di salute di una determinata persona, identificata o identificabile, ne rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza e al decoro personale, specie nei casi di malattie gravi o terminali, e si astiene dal pubblicare dati analitici di interesse strettamente clinico». Ma vuoi mettere scrivere Carminati invece di “Er Cecato” o “Er Guercio”? Effettivamente ha tutto un altro sapore, certo meno sanguinario e truculento. Fa niente che poco prima la Carta avverta: «nell’esercitare il diritto-dovere di cronaca, il giornalista è tenuto a rispettare il diritto della persona alla non discriminazione per razza, religione, opinioni politiche, sesso, condizioni personali, fisiche o mentali».

Quel bambino assassinato due volte

D’altra parte dopo che uno è stato arrestato in diretta tv e le immagini dell’arresto distribuite poi come un film in cassetta al voyeurismo redazionale, cosa vuoi che sia chiamarlo “Er Guercio” o “Er Cecato”? «Le persone non possono essere presentate con ferri o manette ai polsi, salvo che ciò sia necessario per segnalare abusi», avverte mestamente il calpestatissimo Codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica alla voce “Tutela della Dignità della persona”. Oscurati i volti degli “operanti”, Er Cecato, invece, è andato in mondovisione con le manette ai polsi.
Vabbè, qualcuno dirà, ma questo proprio se le è cercate! Può darsi, anche se è vano, oramai, ricordare, che ancora dovrebbe valere quella sì calpestatissima regoletta della presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio.
Chi, invece, non se l’è cercata è quel bimbetto strangolato e poi gettato via nel canalone come uno straccio vecchio.
A 8 anni che ne sai delle Regole Deontologiche dei giornalisti. Che ne sai che ce ne è una anche per te, piccoletto, una che ti dovrebbe tutelare. E recita così: «al fine di tutelarne la personalità, il giornalista non pubblica i nomi dei minori coinvolti in fatti di cronaca, né fornisce particolari in grado di condurre alla loro identificazione. La tutela della personalità del minore si estende, tenuto conto della qualità della notizia e delle sue componenti, ai fatti che non siano specificamente reati. Il diritto del minore alla riservatezza deve essere sempre considerato come primario rispetto al diritto di critica e di cronaca; qualora, tuttavia, per motivi di rilevante interesse pubblico e fermo restando i limiti di legge, il giornalista decida di diffondere notizie o immagini riguardanti minori, dovrà farsi carico della responsabilità di valutare se la pubblicazione sia davvero nell’interesse oggettivo del minore, secondo i principi e i limiti stabiliti dalla Carta di Treviso».