Crisi, ci salveranno Beneduce ed Ezra Pound? Il nuovo libro di Renzaglia

Le tasse che paghiamo ogni anno non servono a risanare il debito pubblico (che anzi aumenta nonostante quello che eroghiamo) ma solo a pagare parte degli interessi negativi. Lo sospettavamo, ma l’ultimo libro di Miro Renzaglia, Un popolo di debitori (Safarà editore, 100 pagine, 10,00 euro) serve a stabilirlo inequivocabilmente. In un lavoro tutto sommato breve Renzaglia spiega chiarissimamente quali e quanti siano i mali dell’economica moderna e soprattutto che cosa ci sia dietro. E perché, malgrado gli sforzi, non sembra possibile uscirne. In una sorta di ‘A livella economica, l’autore illustra come il sistema moderno – capitalistico e di conseguenza consumistico – ci avviluppi nella sue spire dalla nascita alla morte, e talvolta anche dopo. Non è solo questione di banche e di banchieri – anche -, non è solo questione di Unione europea – anche -, non è solo questione di istituti finanziari usurai – anche -, non è questione dei soliti americani – anche -: no, la questione è che se alla base di un sistema non ci sono persone oneste e rette, il sistema non  funziona e non funzionerà mai, per buono e ben congegnato che sia. Ed è per questo, diremmo, che in Italia nell’ultimo mezzo secolo e oltre non ha mai funzionato. Anzi, è andato progressivamente peggiorando.

Le agenzie di rating, queste sconosciute

Renzaglia compie un excursus storico – rapido ma chiarissimo – delle dinamiche economiche, dalle prime banche centrali, alle famigerate agenzie di rating, alla nascista del capitalismo, alle varie dottrine liberiste, per dimostrare che il cittadino, da protagonista che avrebbe dovuto essere, è sempre più sfruttato e stritolato dai veri padroni del vapore. Nulla di nuovo, né di sconosciuto. Però Renzaglia, che oltre a essere scrittore è anche poeta, sia pure eretico, individua e indica i rimedi, o almeno racconta ciò che fu fatto in passato per contrastare quella che unanimemente è riconosciuta come un’aberrazione mondiale, altro che globalizzazione. La terza via tra comunismo e capitalismo esiste, dice Renzaglia, e la descrisse Ezra Pound, il poeta-economista americano che per aver contrastato il sistema economico imperante si fece 12 anni di manicomio. In Italia, ad esempio, c’è il precedente dell’IRI, l‘Istituto per la Ricostruzione industriale voluto da Mussolini per uscire dalla crisi lanciata nel 1929 dai – soliti – States. La Genesi dell’IRI è raccontata nel libro in un’esilarante colloquio in dialetto romagnol-napoletano tra il duce e Beneduce, un socialista che di economia però ne capiva parecchio. Oggi l’Iri, grazie ai soliti noti del pentapartito, gode di una cattiva fama, ma all’inizio funzionava, prima che ci mettesse le mani sopra l’arco costituzionale. E ci siamo capiti.

Finché c’è guerra c’è speranza

Nel libro poi finalmente è conclamata una verità che molti sospettavano ma che nessuno o quasi ha mai avuto il coraggio di dire: ossia che come le finanze mondiali di ieri scatenarono la Seconda Guerra Mondiale per rimettere in moto l’economia planetaria, quelle di oggi favoriscono e agevolano le condizioni per mini-interventi armati, inutili e più spesso dannosi, principalmente in quei Paesi che non sempre si allineano ai diktat dell’economia politicamente corretta mondiale: Serbia, Iraq, Afghanistan, Libia e compagnia cantante. Tutti Paesi dove l’intervento occidentale ha oggettivamente peggiorato la situazione sul territorio. Ma tant’è, le armi e i mezzi militari costano, e finché c’è guerra c’è speranza – e cassa -. In definitiva, un libro, quello di Renzaglia, controcorrente, amaro, irriverente, futurista, ma mai depressivo o inconcludente. E sempre molto istruttivo.