Il Cardellino: romanzo-evento che però non entusiasma. Ecco perché

Ma davvero Il Cardellino, il romanzo di Donna Tartt vincitore del premio Pulitzer, è stato l’evento letterario dell’anno in Italia? Così ha stabilito la prestigiosa giuria di redattori e collaboratori dell’inserto culturale del Corriere, la Lettura. Ora, se anche il libro (edito in italiano da Rizzoli) non possiede le caratteristiche di libro costruito per i desideri di un pubblico vasto e di poche pretese (come i romanzi di Dan Brown, per intenderci), tanto clamore attorno alle circa novecento pagine del Cardellino appare francamente ingiustificato.

Non è un romanzo alla Dickens

Nonostante le recensioni oscillanti tra entusiasmo e paragoni arditi (“romanzo dickensiano”, per esempio…), del libro si salvano duecento pagine o poco più. Eppure la storia prende le mosse da uno spunto originale, che si perde via via nel corso della lettura: un ragazzino che improvvisamente diventa orfano  di madre a causa di un attentato terroristico al Metropolitan Museum di New York. Da lì Theo, questo il nome del protagonista, esce malconcio e stordito portando con sé il quadro del pittore olandese del Seicento Carel Fabritius, Il Cardellino appunto, immagine tenera della mamma perduta e spiraglio di bellezza in una vita che si incammina su sentieri difficili e tutti in discesa.

Nichilismo affettivo

Alla fine (ma il romanzo non possiede un finale vero e proprio) il lettore resta con la sensazione che un intreccio così ben costruito avrebbe potuto avere ben altri sviluppi anziché evaporare nelle meticolose descrizioni del rapporto tra Theo e l’amico russo Boris (un’amicizia che non schiude orizzonti di speranza ma incanaglisce sempre di più i due adolescenti). Così come l’assunzione di droghe da parte del protagonista lo lascia alla fine (dopo pagine e pagine in cui scopriamo gli indesiderati effetti collaterali della vita da tossici) preda di un nero nichilismo affettivo anziché costituire la base di una sospirata e mai conquistata rinascita spirituale.

Un protagonista evanescente

Una storia deludente. Un protagonista evanescente. Registri narrativi che si sovrappongono: la fiaba (l’orfano che deve conquistarsi uno spazio e un destino), il romanzo di formazione, il noir, il romanzo d’azione. Un affresco sulla giovinezza non certo insuperabile, privo di quella fantasia ardita che avrebbe saputo dare completezza al personaggio: così Theo rimane alla fine una creatura irrisolta. Poteva scegliere di essere peggiore o migliore. Invece non sceglie mai, lasciandosi andare a una noia che travolge anche chi legge.