Alfano toglie “centrodestra” dal simbolo. Si prepara all’abbraccio con la sinistra

Restyling in vista per il Nuovo centrodestra che da solo rischia di non superare la soglia di sbarramento e restare fuori dal prossimo Parlamento. Un’occhiata ai sondaggi non proprio esaltanti e ai mal di pancia crescenti nel partito costringono Angelino Alfano a cambiare schema di gioco, magari cominciando da un look più seducente (cambio di simbolo e sigla)  per uscire dallo splendido isolamento e tentare l’egemonia di quella che un po’ enfaticamente chiama la “prateria centrista”.

Alleanze cercansi

Se l’expolit di Salvini per ora rende quasi inaccessibile la ricomposizione a destra con il Cavaliere, il ministro dell’Interno torna a guardare a Casini (che per ora nicchia) sperando nel matrimonio, annunciato e mai realizzato, con quel che resta dell’Udc. Torna a farsi strada l’idea di unificare i gruppi parlamentari nella speranza di attrarre nell’orbita anche Scelta Civica (che conta 26 deputati e 7 senatori) e toccare la soglia dei 100 parlamentari. La strategia centrista, da sempre inseguita dall’intraprendente Gaetano Quagliariello, sarà discussa nelle prossime ore nella direzione aperta alla stampa. Un’ammucchiatina elettorale sperando che due debolezza facciano una mezza forza? «Non sarà una sommatoria di liste – assicura lo stratega alfaniano – ma un progetto politico di respiro alto», illuminato dalla stella del Partito popolare europeo.

Il simbolo va in pensione

Addio al nome “Nuovo centrodestra”, etichetta troppo stretta (o troppo pretenziosa) che non ha portato molto fortuna al partito messo in piedi in tutta fretta dopo lo strappo con il Pdl. Addio al logo poco amato e decisamente fiacco, quel quadrato bianco con le tre lettere NCD in blu, che fin dal battesimo, un anno fa, venne accolto con freddezza e scatenò il sarcasmo di tanti (da chi lo paragonò al logo di una casa farmaceutica, chi al modulo di una dichiarazione dei redditi con buona pace del grafico). E che alle scorse europee ha dovuto far spazio nella scheda elettorale allo Scudo crociato democristiano. Una scelta obbligata per non restare all’angolo in  vista della partita per il Quirinale e tenersi le mani libere per eventuali alleanze con il pd renziano alle prossime regionali di primavera. «Se non sarà più “Nuovo centrodestra” è perché è finita una fase, le categorie destra e sinistra non hanno più senso», dice Quagliariello che ha fretta di smarcarsi dalle dinamiche del vecchio centrodestra. «Per il bene dell’Italia», naturalmente.

Morire democristiani?

Con Quagliariello sono schierati Fabrizio Cicchitto, Beatrice Lorenzin, Enrico Costa mentre Renato Schifani non si sbilancia impegnato com’è nella corsa alla presidenza del gruppo al Senato. Ma non tutti la pensano così, a partire da alcuni big del partito come Maurizio Lupi e Nunzia De Girolamo (che nella pax con Forza Italia non hanno mai smesso di sperare) e la portavoce Barbara Saltamartini che non intende morire democristiana: «Sono convinta che la prospettiva bipolare sia ancora in campo e che si debba proseguire sulla strada intrapresa al momento della nascita del Nuovo centrodestra. La nostra direzione di marcia, chiara nel nostro nome, è quella di costruire un centrodestra del tutto nuovo in grado affrontare e di competere con la sinistra di Renzi».

Il marketing elettorale non basta

Allora il nome non si tocca? «La questione del simbolo e del nome non mi appassiona – dice la Saltamartini, un passato in An – preferisco riflettere sui contenuti, il programma e quindi le alleanze, sulle quali chiedo chiarezza. La nostra partita si gioca ancora nella metà campo del centrodestra, a condizione che venga ripensato e rifondato, posto che quello che abbiano conosciuto non esiste più». Insomma prima di confezionare una nuova scatola, si pensi al contenuto. Il marketing elettorale da solo non basta.