25 anni fa la rivolta di Timisoara che portò alla caduta di Ceausescu

“Oggi Timisoara, domani tutto il Paese”. Sono passati 25 anni dalla rivoluzione romena che portò al crollo del regime comunista. Il 1989 fu un anno storico: sotto il vento della protesta tutti i regimi dell’Est europeo uno dopo l’altro crollarono. Negli altri Paesi del blocco comunista il passaggio alla democrazia avveniva in quegli anni in modo pacifico: la Romania fu l’unico stato del Patto di Varsavia nel quale la fine del regime ebbe luogo in modo violento. A differenza degli altri capi di Stato, Ceauşescu non seguiva gli interessi sovietici, propendendo al contrario per una politica estera personale. Mentre il leader sovietico Michail Gorbaciov avviava una fase di profonda riforma dell’Urss con la Perestrojka, Ceauşescu imitava la linea politica, la megalomania e i culti della personalità dei leader comunisti dell’Asia orientale, come il nord-coreano Kim Il-sung. Nonostante la caduta del muro di Berlino e la sostituzione del leader bulgaro Todor Živkov con il più moderato Peter Mladenov nel novembre 1989, Ceauşescu ignorava i segnali che minacciavano la sua posizione di capo di uno Stato comunista nell’Europa dell’Est.

La rivolta di Timisoara

La scintilla scoppiò a Timisoara tra il 16 e il 17 dicembre del 1989, quando la protesta per il trasferimento del pastore protestante Laszlo Toekes, che aveva criticato il regime tramite i mass media stranieri, si trasformò in una rivolta popolare contro la dittatura. Le forze dell’esercito (Miliţia) e della Securitate, furono chiamate per sedare la protesta, ci furono cariche della polizia. La situazione a Timisoara divenne drammatica: spari, vittime, risse, automobili in fiamme, Tab che trasportavano forze della Securitate e carri armati. Il mattino del 18 dicembre il centro era sorvegliato da soldati e agenti della Securitate in borghese. Il sindaco Mot sollecitò una riunione del Partito all’Università, allo scopo di condannare il “vandalismo” dei giorni precedenti. Decretò anche l’applicazione della legge marziale, vietando alla popolazione di circolare in gruppi più numerosi di due persone. Sfidando i divieti, un gruppo di trenta giovani avanzarono verso la Cattedrale ortodossa, dove fluttuarono bandiere rumene cui era stato tagliato lo stemma comunista. Immaginando di venire crivellati dai fucili della Miliţia, i trenta manifestanti iniziarono a cantare “Deșteaptă-te, Române!” (l’attuale inno nazionale rumeno), all’epoca vietato dal 1947 e la cui esecuzione in pubblico era punita dal codice penale.

1104 le vittime della repressione

I militari, raggiunti i giovani, fecero immediatamente partire una raffica di mitra che uccise alcuni di loro, ferendone gravemente altri. Solo pochi fortunati riuscirono a fuggire, mettendosi in salvo. Settantadue persone, in gran parte giovani, morirono per le vie di Timisoara. Subito dopo i cadaveri di oltre quaranta vittime furono portati nella capitale e cremati, nel tentativo di cancellare ogni traccia della rivolta. All’estero cominciarono a giungere notizie preoccupanti sulle vittime  provocate dalla dura repressione del regime a Timisoara. Da quel momento la rivoluzione si allargò in tutto il Paese raggiungendo l’apice il 22 dicembre a Bucarest, quando il dittatore Nicolae Ceauşescu e la moglie Elena, sotto la pressione della folla di manifestanti davanti alla sede del partito comunista, fuggirono a bordo di un elicottero che atterrò a circa cinquanta chilometri da Bucarest. Successivamente furono arrestati, processati e fucilati tre giorni dopo. Il bilancio delle vittime della rivoluzione, secondo i dati ufficiali, è di 1.104 morti e 3.552 feriti. Ma molti sostengono che furono decine di migliaia.

In Italia l’iniziativa del Msi e del Fuan

Con la prima firma del vicesegretario nazionale del Msi, Mirko Tremaglia i deputati missini presentarono una mozione sui fatti avvenuti in Romania nella quale chiedevano al governo di farsi promotore di un’iniziativa internazionale che portasse davanti all’Alta Corte di giustizia dell’Aja «tutti i regimi comunisti che in questi decenni hanno calpestato i diritti dell’uomo e dei popoli». Nell’interrogazione si affermava ancora che «non è accettabile che si tenti di scaricare su un tiranno come Ceausescu l’intera responsabilità degli orrori del comunismo che in ogni epoca e in ogni parte del mondo ha massacrato milioni di persone inermi, colpevoli solo di voler difendere la propria libertà  e quella del proprio popolo. Lo stesso processo-farsa al quale è stato sottoposto Ceausescu è la riprova che il nuovo comunismo romeno è uguale a quello vecchio». In quegli stessi giorni il Fuan organizzò il primo convoglio italiano di soccorsi al popolo romeno. Il treno guidato dal presidente del Fuan Riccardo Menia attraversò il confine di  jugoslavo-romeno per recare a Timisoara aiuti alimentari e sanitari.