Il 2014 e la politica: ecco chi sale e chi scende nella classifica dei leader

Tempo di bilanci per questo 2014, che in politica ha rappresentato il superamento definitivo della Seconda Repubblica. Nuovi leader sono emersi e altri hanno segnato il passo, in uno stravolgimento complessivo di equilibri più o meno consolidati. Ecco, dunque, la classifica di chi è salito e di chi è sceso quest’anno.

I nuovi vincenti

1) Matteo Renzi. A torto o a ragione, questo è stato certamente il suo anno: il 7 gennaio diceva «non farò le scarpe a Letta», una decina di giorni dopo lanciava l’hashtag-tormentone #enricostaisereno e il mese successivo assumeva l’incarico a Palazzo Chigi. Ora i sondaggi lo danno al 43,5%, quindi bel al di sotto di quel 53,7% che raccoglieva a luglio, ma non c’è dubbio che quella del premier sia stata la carriera più fulminante del 2014, con buona pace di quelli su cui è passato.

2) Giorgia Meloni. Fra i leader emergenti ha un posto di spicco. Gli ultimi sondaggi le accreditano un consenso personale del 28% e, dopo la bufera di Mafia Capitale, il suo nome è apparso tra i più credibili per la prossima corsa al Campidoglio. Un successo costruito sulla capacità di essere destra di opposizione in uno scenario in cui, tra Patto del Nazareno e Ncd al governo, il popolo alternativo alla sinistra si è ritrovato di fatto orfano di rappresentanza.

3) Matteo Salvini. Ha trovato le parole giuste per rivitalizzare la Lega dopo gli scandali che l’avevano colpita e per attrarre nuovi consensi. La consacrazione definitiva, comunque, l’ha avuta dal settimanale Oggi, con la copertina del «Salvini desunto» che faceva tanto “idolo delle adolescenti”, ma che ha dato anche l’esatta misura del fenomeno. Certo, proprio in questi giorni gli è caduto addosso l’anatema di Bossi. Ma il Senatur ormai, più che tra quelli che scendono, è tra quelli scomparsi, mentre il giovane segretario è sempre più lanciato nel progetto della “Lega nazionale”.

4-5) Maurizio Landini e Susanna Camusso. Hanno riempito lo spazio vuoto della sinistra a sinistra del Pd o, direbbero i più maliziosi, dalla sinistra tout court. La battaglia contro le misure del governo e in particolare contro il Jobs Act ha galvanizzato il sindacato più duro, restituendo un ruolo ai suoi leader, consacrati dalle piazze delle sciopero generale. Landini, in particolare, nei sondaggi a ridosso della mobilitazione veniva indicato come un leader politico gradito a più del 20% degli italiani.

Quelli che hanno perso terreno

1) Enrico Letta. Ha iniziato l’anno da presidente del Consiglio e l’ha finito da desaparecido. Quindi, non serve aggiungere altro.

2) Silvio Berlusconi. Anche nel suo annus horribilis ha dimostrato la tempra del combattente, ma la conferma dei due anni di interdizione dai pubblici uffici, arrivata il 18 marzo, e l’assegnazione ai servizi sociali, con l’annessa limitata agibilità, gli hanno lasciato pochi margini di manovra. E anche il partito ha subito il contraccolpo, con l’organizzazione di una opposizione interna guidata da Raffaele Fitto.

3) Beppe Grillo. Sembrava dovesse travolgere e stravolgere la politica italiana. Invece, l’attività che l’ha tenuto più impegnato è stata quella delle epurazioni, comminate a chiunque osasse dirsi in disaccordo. In compenso, grande liberalità è stata dimostrata nei confronti di chi, per esempio, ha invocato la verità sulle sirene o il dialogo con l’Isis. I risultati si sono visti con la debacle delle regionali.

4) Angelino Alfano. Aveva detto di stare a Palazzo Chigi per rappresentare le ragioni dei moderati e della destra, invece ha gestito Mare Nostrum. Mantiene saldamente i posti di governo, ma nell’esecutivo incassa continue sconfitte. L’ultima quella sul Jobs Act, che lui e il suo partito avrebbero voluto più severo in materia di licenziamenti.

5) Nichi Vendola. Come leader della sinistra, si è giocato l’ultima chance con la Lista Tsipras. Hanno eletto, sì, degli eurodeputati, ma non hanno sfondato e il progetto è di fatto morto sul nascere. Nel frattempo, sono emerse le figure di Landini e Camusso e Nichi si è ritrovato senza una vera ragione sociale.