La rabbia di Storace: denuncerò Orlando se ignorerà insulti al Colle

«Sì, deluso. Deluso da morire. Perché quei sei mesi senza un giorno di galera li vivo come lo schiaffo finale. Sarebbe stato meglio trascorrere una notte a Rebibbia per far esplodere di vergogna un Paese in cui un deputato del Pd, Marco Di Stefano, sta ancora in circolazione nonostante le tangenti e i conti in Svizzera, e i morti per eternit vengono umiliati dalla prescrizione. Siamo ai titoli di coda di un sistema politico marcio». Così il leader de La Destra, Francesco Storace, commenta sul sito del partito e sull’editoriale de Il Giornale d’Italia i sei mesi con la condizionale inflitti dalla sentenza per vilipendio nei confronti del Capo dello Stato. I sei mesi, scrive, «sembrano una beffa», chiedendosi «se fidarmi ancora del “chiarimento” col presidente della Repubblica. Insomma, mi dicevo allora, in fondo credo che avrà compreso la sincerità del mio gesto, la pronuncerà quella frase “non capisco perché si svolge questo processo…”. Macché, Giorgio Napolitano se ne è fregato. Forti con i deboli e deboli con i forti – sottolinea – il presidente della Repubblica è stato davvero abile nel farmi credere che quella stretta di mano al Colle fosse vera, che la lettera che gli inviai l’avesse sul serio apprezzata. Rischio di beccarmi una seconda accusa di vilipendio se dico quello che penso sul comportamento del Colle e degli uomini a lui più vicini».

«Io dopo Guareschi»

Ringraziando i suoi avvocati, Storace osserva che con la decisione presa «il reato di vilipendio è applicato a me tantissimi anni dopo Guareschi. Almeno la compagnia è ottima, anche se pareva tutto già deciso. Magari – prosegue – sarà contento proprio il Capo dello Stato, i cui pessimi consiglieri dovranno riflettere sul male che fanno ad una democrazia che sanziona con una pena detentiva il diritto di critica. Sarà felice quel servile ministro della Giustizia di allora, Clemente Mastella, che autorizzò l’indagine contro di me. Spero che ora si vergogni di quello che ha provocato, al pari del suo successore che invece nega qualunque procedura di indagine sullo stesso reato: col risultato che si processa e punisce uno solo. Colpirne uno per educarne cento. Vorrà dire – conclude – che da domani denunceremo noi per omissione di atti di ufficio il guardasigilli che non autorizzerà i processi contro gli insulti al Capo dello Stato. Qualche volta ci autodenunceremo. E voglio vedere che farà Andrea Orlando. Non si illudano che da oggi ci sarà meno gente a prendere a male parole il Quirinale: è la conseguenza inevitabile di una sentenza irricevibile».

L’appello di Gasparri al Capo dello Stato

Un appello a Napolitano è stato i rivolto dal senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri: «Presidente, ci aspettiamo una parola sulla vergognosa condanna subita da Francesco Storace, per una frase banale peraltro seguita da un chiarimento. Ogni giorno tanti, anche parlamentari, offendono il Presidente della Repubblica ma il ministro della Giustizia Orlando non attiva la procedura per punire l’eventuale vilipendio. Presidente Napolitano, può esistere una legge che si applica a uno e si ignora per tanti?. Al Senato – prosegue Gasparri – si boicotta la mia proposta di abolire un reato di opinione. Anna Finocchiaro – denuncia – ha abusato del suo potere di presidente della commissione Affari costituzionale per non dare il prescritto parere sulla mia proposta. Lo poteva esprimere contrario. Non poteva paralizzare, d’accordo con Zanda, un processo legislativo. C’è un conflitto di interesse per ambizioni personali?».