Provenzano, la bizzarra tesi dei giudici: è lo Stato a tenerlo in vita….

Ci hanno messo due anni per decidere. Talmente tanto tempo che, oramai, non è neanche più di loro competenza. Ma la cosa più incredibile è che i giudici di Bologna chiamati a pronunciarsi dai legali di Bernardo Provenzano sulla compatibilità dell’ex-capomafia con il carcere per le sue gravi condizioni di salute, hanno stabilito, in buona sostanza, che è meglio che il boss resti in carcere perché una volta fuori, in mancanza delle cure alle quali è sottoposto nel reparto detenuti dell’ospedale San Paolo di Milano, morirebbe in brevissimo tempo.
Due anni fa i legali dell’ex-boss avevano presentato presso il Tribunale di Sorveglianza di Bologna un’istanza di differimento dell’esecuzione della pena per le condizioni di salute del boss.

Due anni per decidere, ma non sono più competenti

I giudici bolognesi erano stati interpellati dai difensori di Provenzano, Rosalba Di Gregorio e Francesco Marasà, perché all’epoca il padrino corleonese era detenuto nel carcere di Parma, quindi l’autorità giudiziaria competente a decidere un eventuale differimento della pena era quella di Bologna.
Ma ci sono, appunto, voluti due anni perché i giudici prendessero una decisione in merito. Due lunghi anni durante i quali ci si immagina che si sia molto riflettuto sulla decisione di scarcerare o meno Provenzano. Ora, finalmente, la decisione è arrivata. Solo che è arrivata con due anni di ritardo. Quando oramai, appunto, la competenza non è neanche più della magistratura bolognese. Il Tribunale di sorveglianza di Bologna fa sapere che, a fronte della richiesta dei legali del capomafia, ha rigettato, quando ormai non ha più la competenza per decidere in merito, l’istanza di differimento dell’esecuzione della pena per le condizioni di salute del boss.
I giudici bolognesi citano un parere del Tribunale di Milano che ha respinto una istanza analoga degli avvocati. E avvertono: Provenzano non sopravviverebbe senza cure, quindi, paradossalmente, «la condizione detentiva presso l’azienda ospedaliera di Milano è la soluzione migliore a tutela della sua salute».

Il video del boss in carcere: ho preso legnate ai reni

Proprio in ordine alla detenzione del padrino al carcere di Parma era stata aperta un’inchiesta per la quale ora è stata chiesta dal pubblico ministero Lucia Russo l’archiviazione. Durante una puntata di “Servizio Pubblico” su La7, fu trasmesso uno spezzone video tratto dall’impianto di sorveglianza a circuito chiuso le cui telecamere riprendono la saletta colloqui del carcere di Parma mentre Bernardo Provenzano è a colloquio con la moglie e il figlio Francesco Paolo. E’ il 15 dicembre 2012, il boss appare molto provato, catatonico, incapace di capire ciò che, attraverso il vetro blindato e il citofono, gli chiedono i due congiunti. Indossa un berretto di lana blu che nasconde un cerotto e una ampia ferita sulla tempia destra. Si muove a fatica, come se fosse sotto tranquillanti E, a fatica, comprende ciò che gli dice il figlio, come utilizzare il citofono che l’ex-boss si rigira fra le mani incapace di capire come va utilizzato. Il figlio gli chiede di spiegare cosa è accaduto, perché ha quella ferita, come se l’è procurata. «Pigghiasti ligniate?», gli chiede il figlio. E lui, di rimando: «Lignate, sì. Dietro i reni». Ma, secondo la Procura, la ferita sulla testa fu frutto di una caduta del boss, caduta dovuta alla grave situazione neurodegenerativa di Provenzano.

Le botte ai detenuti da parte degli agenti di custodia

Tuttavia il carcere di Parma è salito agli onori delle cronache più volte per le accuse formulate da alcuni detenuti contro gli agenti penitenziari che avrebbero picchiato i reclusi. Uno di loro, un marocchino in carcere per violenza sessuale a due studentesse ha registrato di nascosto i colloqui fra lui, alcuni secondini, lo psicologo e il medico del carcere, colloqui che vertevano proprio sulle violenze  compiute dagli agenti di custodia nei confronti dei detenuti. «Ne ho picchiati tanti, non mi ricordo se in mezzo c’eri anche tu», dice un agente penitenziario al marocchino che lo registra a sua insaputa. E il medico del carcere mette in guardia il recluso dal denunciare il secondino: «Vuole denunciarle? Poi le guardie scrivono nei loro verbali che non è vero. Che il detenuto è caduto dalle scale».
Un altro detenuto, Aldo Cagna, in carcere per aver ucciso l’ex-fidanzata Silvia Mantovani a Parma, trent’anni da scontare, ha raccontato ai magistrati le botte prese dagli agenti di custodia al carcere di Parma. Risultato: 14 mesi di carcere ai secondini. Confermati dalla Cassazione.