Al posto della Bolognina un barbiere cinese: l’ultima beffa per gli ex Pci

Nei locali della Bolognina, la sezione dove Achille Occhetto annunciò la svolta postcomunista dopo la caduta del Muro di Berlino oggi c’è un barbiere cinese. A svelarlo un servizio del quotidiano La Stampa, che ha mandato un suo inviato nel quartiere bolognese della roccaforte rossa del Pci. «Oggi, nello stesso stanzone dove una volta si riunivano i compagni della Bolognina, per ironia della storia ha trovato posto un salone da parrucchiere cinese», scrive il giornale.

Dalle masse in moto alle messe in piega

Addio sfide al capitalismo e inni alla mobilitazione delle masse: «Al Fashion mania si fanno acconciature ambosex a prezzi, quelli sì, veramente popolari: 8 euro per un taglio maschile e 25 per messa in piega e colore alle donne». Il quotidiano torinese ha rintracciato tra gli affezionati clienti del locale di via Tibaldi 17, persino un vecchio militante Pci che quel 12 novembre 1989 era presente all’annuncio di Occhetto. Un intervento dove il segretario del Partito comunista italiano, per non venire travolto come il Muro di Berlino caduto tre giorni prima, annunciò l’inevitabile svolta. Una svolta che, due anni dopo avrebbe portato allo scioglimento del Pci e alla trasformazione in Pds.  «A me il discorso piacque molto perché si passava da un partito di stampo totalitario a un partito più democratico», racconta Paolo Mantovani, 78 anni, pensionato. «Il barbiere cinese? Ormai il quartiere è pieno di negozi cinesi». “La Cina è vicina”, gridavano Occhetto e i suoi compagni negli anni Settanta. Chissà se la rivoluzione la immaginavano proprio così: armata di pettine e forbici.

A Torino la casa di Gramsci trasformata in hotel 5 stelle

Quello della Bolognina non è l’unico luogo simbolo della sinistra italiana abbandonato o trasformato in altro. A Torino, la casa di Antonio Gramsci è stata trasformata in un resort di lusso a cinque stelle con tanto di centro benessere e piscina. Una scelta che non è piaciuta a molti esponenti della sinistra torinese che hanno lanciato (inutilmente) una campagna di firme per bloccare la “riconversione” in quello che sembra lo smacco più grande da parte del capitalismo nei confronti dell’utopia comunista. L’ennesima beffa per i nipotini di Marx e Lenin.