Renzi e Juncker hanno messo in scena la lite che serviva ad entrambi

Diciamoci la verità: più che un botta e risposta è sembrato un gioco delle parti. Gioco servito ad entrambi. Sia a Juncker sia a Renzi. Per motivi opposti, ma convergenti. Titoloni dei giornaloni e aperture dei Tg hanno narrato, con la dovuta enfasi, lo «scontro» tra il neo presidente della Commissione Ue e il nostro premier. Ma questo che avrebbe dovuto essere addirittura il prologo di una svolta nei rapporti, a ben guardare, dopo lo scoppiettante fuoco d’artificio di ieri, lascia le cose come già erano. Invariate.

E Juncker tira fuori gli artigli…

Nulla cambia, infatti, nel rapporto tra Roma e Bruxelles, ma i contendenti potranno dire di aver fatto la voce grossa. Juncker avrà manifestato tutta la propria soddisfazione per aver “bastonato” la sicumera del giovanotto che siede a Palazzo Chigi il quale, a sua volta, potrà far valere lo scatto di “dignità” mostrato con l’interlocutore europeo. Il lussemburghese neo capo della Commissione, vecchia volpe della politica continentale, messo lì dalla Merkel e dagli scandinavi (tipo l’occhialuto Katainen) alla ricerca di visibilità, si è organizzato ben bene con gli amici tedeschi. Chi, infatti, meglio del falco della Csu bavarese, Weber, avrebbe potuto proporgli la domanda sull’Italia? Appunto. Eccolo servito Juncker, che può così tirare furi gli artigli e graffiare Renzi al grido di «non siamo una banda di burocrati». Espressione tutta da ridere se la puntigliosità burocratica di Bruxelles, non avesse già reso l’istituzione Europa un incubo dei popoli.

Matteo ha sempre bisogno di nuovi nemici

Stesso dicasi, a parti invertite, per il nostro premier di cui è noto l’impeto parolaio e arruffone. Uno arrivato da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi sull’onda lunga di una raffica impressionante di promesse. E che ha sempre un disperato bisogno di nemici. Gente a cui affibiare tutto lo schifo possibile e ogni responsabilità presente e passata. Ma i nemici vengono macinati. Non resistono a lungo. Ne servono sempre di nuovi. E Juncker fa proprio al caso di Renzi. Anche perchè in Italia la stima per gli eurocrati è pari allo zero. Così individuato il bersaglio, ecco scoppiare la diatriba. In gloria di Matteo e del suo decisionismo. Soldi non ce ne sono, lavoro men che meno, speranza per il futuro al lumicino. Ma, vuoi mettere come gliele ha cantate a Juncker? Che le cose, immaginiamo, possano essere andate davvero così ce lo dice il fiuto. L’esperienza. Per cui pensiamo che se non i telefoni (che, non sia mai, potrebbero essere ascoltati) o quei pochi minuti a quattr’occhi prima dell’ultimo vertice, magari sia stata tutta opera degli immancabili e preziosissimi sherpa, dei nostri funzionari. Che possono aver pianificato l’azione. Pubblico scontro incluso. Perchè a entrambi avrebbe giovato.  Abboccate gente, abboccate. Non sarebbe la prima volta. Né sarà l’ultima.