Per Stefano Cucchi una via a Roma. Ma era meglio trovare i colpevoli

Il giorno dopo l’ondata di indignazione che ha accolto la sentenza sul caso Cucchi – nessun colpevole, nessun responsabile – parla il presidente della Corte d’Appello di Roma, Luciano Panzani: “Il giudice penale – si difende Panzani –  deve accertare se vi sono prove sufficienti di responsabilità individuali e in caso contrario deve assolvere. È quello che i miei giudici hanno fatto anche questa volta”. Non ha gradito, Panzani, quella che chiama “gogna mediatica” e l’idea di far pagare i magistrati per i loro errori.

Il giudice: senza prove si assolve

Senza prove bisogna dunque assolvere “per evitare di aggiungere orrore ad obbrobrio e far seguire ad una morte ingiusta la condanna di persone di cui non si ritiene provata la responsabilità”. Panzani ricorda poi che “la Corte d’Assise è formata in prevalenza di giudici scelti tra semplici cittadini”. “Posso comprendere – dice ancora il presidente della Corte d’Appello di Roma – che sentenze contrastanti in primo grado e in appello suscitino sconcerto, ma questo sovente succede nei casi difficili, dove la prova è indiziaria e proprio per questa ragione esistono l’appello e il ricorso in Cassazione”.

Una via o una piazza per Stefano

E mentre i Cinquestelle si preparano alla campagna per l’introduzione del reato di tortura il sindaco di Roma Ignazio Marino, su iniziativa di Sel, annuncia che una strada di Roma sarà intitolata a Stefano Cucchi (votazione unanime del consiglio comunale). Una magra consolazione per la morte di una persona data in custodia allo Stato e restituita cadavere. L’intitolazione di una via non potrà infatti cancellare lo sconcerto per il fallimento della magistratura che non ha saputo accertare le responsabilità che pure devono esserci state, a meno di non concludere che il povero Stefano si sia “suicidato”.