Peppone oggi starebbe con Don Camillo. E non per un voltafaccia

Che ci fa il compagno Bottazzi, in arte Peppone, il sanguigno sindaco comunista, meccanico ed ex partigiano, con un fazzoletto verde attorno al collo in quel di Brescello? Una provocazione ma non troppo quella di Alan Fabbri, sindaco leghista di Bondeno (Ferrara) e candidato del centrodestra alla presidenza della Regione Emilia Romagna, che ha messo il il simbolo della Lega alla statua dello storico sindaco creato da Guareschi. Perché? Perché in questa terra violata dalle mafie, «oggi anche Peppone sarebbe leghista», afferma.

Se il sanguigno Peppone fosse andato alla Leopolda

Certamente il sindaco operaio, il comunista di stretta osservanza che regolava l’orologio del campanile di Brescello sull’ora di Mosca – anche se andava di nascosto in Chiesa a pregare – sarebbe stato un pesce fuor d’acqua in questo Pd. Certo alla Leopolda gli sarebbe parso di sognare ad ascoltare Davide Serra concionare sulla limitazione del diritto di sciopero. Certamente eravamo in un mondo diverso e i parallelismi possono sembrare inoppostuni, ma secondo una certa lettura la provocazione di Fabbri ha una cornice realistica, se vogliamo procedere con una metafora letteraria immortale come quella uscita dal genio di Guareschi. Operai “bastonati” fisicamente ma soprattutto quotidianamente dall’assottigliarsi delle garanzie e dal gioco delle tre carte del Jobs Act. Un governo di sinistra che non fa nulla contro il moltiplicarsi del tavoli di crisi in tutta Italia: che centra la sinistra con tutto questo? Che centra il compagno Bottazzi con il mondo di Renzi? «Visto il macello della sinistra, Peppone non potrebbe che votare Lega Nord», incalza Fabbri.

Terre abbandonate alle mafie e lavoratori umiliati

Il leghista polemizza con il primo cittadino di Brescello, Marcello Coffrini, che settimane fa aveva definito il boss Francesco Grande Aracri un tipo «gentile e molto tranquillo. Uno che ha sempre vissuto a basso livello», scatenando forti polemiche. Fabbri ha anche portato la propria solidarietà alla segretaria di sezione del Carroccio, Catia Silva, «pluriminacciata dalla ‘ndrangheta, che quattro anni fa le promise, in piena piazza del paese, di infilarle una canna di pistola in bocca». Di fronte a questa sinistra che dà un calcio agli operai e abbandona alla criminalità queste terre Peppone espatrierebbe. Già all’epoca, quando andò a Mosca per abbeverarsi alla fonte dell’ortodossia, Peppone rimaneva in fondo l’uomo più inclidne ad ascoltare la voce della coscienza che quella dei diktat rossi. Oggi non avrebbe esitazioni, questo Pd non avrebe mai potuto essere casa sua…