La neolingua renziana fa male al paese: ecco le parole “manipolate”

Pippo Civati dice sconsolato che la sinistra sta per restare schiacciata dalla strategia “centrista” di Matteo Renzi. Non che il “civatismo” rappresenti un’alternativa credibile, però si moltiplicano ormai gli appelli a tutelare uno spazio politico – la sinistra, appunto – che appare obsoleto, inutile, addirittura fastidioso. Il “renzismo” del resto non sta sotterrando la sinistra solo con accorte strategie politiche ma anche con il linguaggio.

Ciò che è buono e ciò che è cattivo

Un fattore importante, quello del lessico, esplorato dallo scrittore  Massimo Nava (che ne scrive oggi sul Corriere in un pezzo dal titolo “Il nuovo linguaggio che divide la sinistra”) il quale fa notare giustamente che la nuova dicotomia che si va strutturando nell’immaginario politico non ruota più attorno ai concetti di innovazione-conservazione ma attorno a una polarità negativa (ciò che è vecchio) e a una polarità positiva (ciò che è giovane). Non si capisce bene dove sia necessario collocare l’asticella che separa il confine tra il buono e il cattivo ma a occhio e croce sembra che tutto ciò che è alle nostre spalle sia da “rottamare”, con il classico metodo imprudente del “buttare il bambino assieme all’acqua sporca”.

Sei privilegiato solo perché sei vecchio

Ma c’è in questa tendenza un tratto ancora più insidioso: essendo connotato come “male” tutto ciò che è “vecchio”, la stessa vecchiaia – avverte Nava e non si può dargli torto – appare come un “privilegio” (chissà, magari anche la pensione tra un po’ sarà considerata tale). E nella poco rassicurante categoria dei privilegiati possono entrare, a turno, le più svariate fattispecie (almeno i grillini si limitavano a considerare tali solo i politici). Privilegiati sono i sindacalisti, ma anche i lavoratori dipendenti, i non precari, quelli che hanno un contratto a tempo indeterminato, e domani forse saranno privilegiati quelli che usufruiscono del servizio sanitario nazionale, i fruitori dell’istruzione pubblica, quelli che hanno trenta giorni di ferie l’anno e così via.

L’obiettivo economico di fondo

Dove conduce tutta questa tiritera linguistica? Verso lo smantellamento definitivo dello “stato sociale” e dell’idea che possa esservi un sano equilibrio tra diritti e doveri (i diritti essendo equiparati a “privilegi” possono essere ridotti o intaccati, in quanto “vecchi”). Ciò renderà il paese più “virtuoso” (aggettivo usato anch’esso a sproposito per indicare i paesi dove il rigore determina un profondo disagio sociale)? Semmai lo renderà più egoista e indifferente ai veri bisogni mentre nel tritacarne di una società dove comandano le agenzie di rating e i freddi parametri delle burocrazie internazionali ed europee scomparirà il valore delle “persone”, siano esse giovani o anziane. Nel frattempo si acuiranno i conflitti sociali, le nuove generazioni guarderanno in cagnesco quelle precedenti e i veri privilegi (cioè la sperequazione nella distribuzione della ricchezza) sopravviveranno sotto traccia. Il renziano cambio di verso nulla c’entra con la sinistra, allora, ma neanche con un’autentica destra di popolo.