La Merkel ci tiene in ostaggio ma ha un piano per tornare al marco

La Germania avrebbe un piano segeto per uscire dall’euro e tornare al marco in meno di due mesi nel caso in cui la situazione economica dovesse precipitare. Quella che finora veniva data come una leggenda metropolitana comincia a essere pronunciata come una solida ipotesi politica. Secondo le indiscrezioni raccolte da un giornalista di Affaritaliani.it , in ambienti politici tedeschi, Angela Merkel avrebbe pronto un piano di emergenza «nel caso in cui continuasse la crisi economica in Eurolandia (non in Germania) e altri  Paesi oltre alla Francia decidessero, di fatto, di stracciare le regole del Patto Ue».

Anche a Berlino aumentano gli euroscettici

La fonte citata dal giornalista sarebbe interna al Csu, il partito bavarese alleato dei cristiano-democratici della Cancelliera. Eventualità non tanto peregrina, se si considera che proprio da una scissione interna alla Csu è nato nel 2013 il partito AfD (Alternative für Deutschland). Alternativa per la Germania è infatti un partito euroscettico che punta sull’uscita dall’euro e sul ritorno al marco. Nel suo programma si legge tra l’altro che l’Unione monetaria è «inadeguata» e ha finito per «impoverire» «gli stati dell’Europa meridionale» (Italia inclusa), ormai «sull’orlo del fallimento». Un programma che non dispiace agli elettori tedeschi visto che il giovane partito dei transfughi della Merkel viaggia intorno al 10% nei sondaggi: alle Europee ha ottenuto il 7% mentre alle recenti elezioni in Sassonia ha superato il 10%.

Moneta unica già bocciata da alcuni economisti

L’idea che uscire dall’euro convenga anche alla Merkel serpeggia anche tra alcuni autorevoli economisti. Come Allan Meltzer che ha sottolineato in un’intervista al Foglio che «la situazione economica tedesca è meno rosea di quanto non possa apparire da altri paesi dell’Eurozona, che nemmeno riescono a crescere di un punto percentuale di Pil all’anno» che «un ripensamento pragmatico» sarebbe dettato appunto dalla crescita pericolosa dei movimenti antieuropei, ora minoritari ma in prospettiva capaci di mettere a dura prova un già traballante equilibrio europeo. Terza e ultima ragione, non meno importante secondo l’economista americano: «L’euro così com’è oggi non funziona e se qualcuno sostiene che funziona, almeno dovrà ammettere che funziona male».