Landini a testa bassa: «Renzi non piace agli onesti». Ira nel Pd

Siamo all’ennesima puntata della “guerra civile” a sinistra. E lo scontro tra Renzi e i “puri e duri” si fa sempre più incandescente. A dare fuoco alle polveri è Landini. «Renzi riconosca che non ha il consenso delle persone oneste, dei lavoratori e di chi cerca lavoro», spara a palle incatenate il leader della Fiom durante la manifestazione dei metalmeccanici a Napoli. Quello di Landini appare per la verità un fallo di reazione: ieri il premier c’era andato giù duro contro i sindacati sostenendo che «mentre loro scioperano io creo posti di lavoro». Non gli erano evidentemente piaciuti i fischi del giorno prima al messaggio di Poletti alla platea della Uil. Insomma, il dibattito a sinistra si riduce ormai all’avvicendarsi di ripicche e controripicche.

La reazione di Orfini

L’attacco di Landini, ancorché rivolto alla persona del premier, non poteva certo piacere al Pd. E infatti non è piaciuto. La replica al capo della Fiom passa per le irate parole di Matteo Orfini, presidente di Largo del Nazareno: «Dire che il governo non ha il consenso delle persone oneste offende milioni di lavoratori che nel Pd credono. Spiace che a farlo sia un sindacalista». Si scomoda a difendere Renzi anche il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi: «Io personalmente mi ritengo molto onesto. Anzi non onesto, di più». Industriali e piddini uniti nella lotta.

L’inutile marcia indietro

Alla fine Landini prova a correggere il tiro tentando una mezza marcia indietro: «Mai pensato – come mi viene attribuito da alcuni mezzi di informazione – che Renzi non ha il consenso degli onesti, ho detto – e ribadisco – che il premier non ha il consenso della maggioranza delle persone che lavorano o che il lavoro lo cercano e che sono nella parte onesta del paese che paga le tasse».  Ma questo giro di parole non convince nessuno.  Anche perché spunta un video inchioda il leader Fiom. Il patatrac è avvenuto. La sinistra ha vissuto l’ennesima crisi di nervi. E per i lavoratori tutto è come prima, anzi peggio di prima.