Jobs act alla prova del Senato. L’imbarazzo dei ministri sul voto

L’appuntamento è per martedì alle ore 17 nell’Aula di Palazzo Madama. Il tormentato disegno di legge delega sul lavoro, che da mesi costituisce la più dolorosa spina nel fianco di Matteo Renzi ed è ancora il maggiore scoglio per la navigazione del governo, approda al Senato dopo il via libera della commissione che ha bocciato tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni e licenziato il testo varato dalla Camera. «Sarà contenta la stragrande maggioranza degli italiani», dice trionfante il premier ma dietro il baldanzoso ottimismo di facciata si nasconde una seria preoccupazioni per la bocciatura del Jobs Act della minoranza dem (ben 29 deputati sono usciti dall’aula al momento del voto a Montecitorio) che se al Senato dovesse comportarsi come a Montecitorio (ipotesi poco verosimile) metterebbe seriamente a rischio la tenuta del governo. Bocche cucite sul possibile e quasi scontato voto di fiducia per blindare il provvedimento, prassi consueta per il premier recordman di fiducie.

Il giallo sulla fiducia

Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti non si sbilancia: «Non è ancora deciso. So che hanno definito il calendario. Adesso vorremmo fare rapidamente una consultazione, poi decideranno e vedremo». Prende tempo anche il ministro Maria Elena Boschi: «È prematuro parlarne. Aspettiamo gli emendamenti, capiamo gli umori dei gruppi, vediamo la discussione in aula e poi valuteremo la prossima settimana». Tenta l’ultimo appello all’unità il capogruppo dei deputati democratici, Roberto Speranza, che spera nel ravvedimento dei malpancisti guidati da Gianni Cuperlo. «Ritengo sbagliati i comportamenti di coloro che hanno deciso in modo difforme dal gruppo», spiega Speranza, «serve un’interlocuzione continua nel partito ma al momento del voto in Aula serve coesione anche in vista dei prossimi passaggi cruciali della legislatura».

Forza Italia sulle barricate

«Il Jobs act è già morto – dichiara Maurizio Gasparri alla luce degli ultimi dati Istat sulla disoccupazione record – privato in ogni sua parte di una vera spinta riformatrice, è diventato una delega al governo per fare ritocchi inutili alle norme sul mercato del lavoro. Ma per quello che oggi certifica l’Istat sarebbe servito ben altro. Più coraggio, una vera rivoluzione come fu la legge Biagi». Ancora più duro Renato Brunetta: «Mentre al Senato il governo Renzi pone la questione di fiducia sul Jobs Act, l’Istat certifica il disastro lavoro che, dopo 9 mesi di governo, può a buon titolo chiamarsi disastro Renzi».

Fratelli d’Italia: è carta straccia

«Quello che Matteo Renzi sta tentando di portare a casa  è carta buona per incartare le pizze, nel Jobs Act non c’è scritto assolutamente nulla – è il parere di Giorgia Meloni – e, in quanto tale, è una legge di contorno. Tra le leggi delega che io ho letto e forse la più vaga in assoluto. Non c’è traccia di decontribuzione per i nuovi assunti».

La Cgil non molla

Non c’è fine al braccio di ferro tra governo e Cgil sul terreno minato del lavoro. «Utilizzeremo tutti gli strumenti a nostra disposizione per far sì che le norme del Jobs Act non vadano in vigore», ripete Susanna Camusso che non esclude il ricorso all’Ue, «finché non ci sono i decreti attuativi, tutto è ancora in itinere».