Italiani sedotti da George. Tutti vogliono il caffè in capsule

Costa quasi cinque volte tanto, ma nonostante la crisi per gli italiani è un bene quasi irrinunciabile. È il caffè in capsule che, mentre tutto il settore perde sia in volume sia in ricavi, cresce del 20,1% in quanto a volumi e del 16,6% in quanto a fatturati, per un valore assoluto di 146 milioni di euro. E fa niente che costi 48 euro al chilo, a fronte dei 10 di quello che si usa per la caffetteria tradizionale.

Fatturati da 250 milioni per Nespresso

A rivelarlo è un articolo de Linkiesta, basato a sua volta su una ricerca presentata dal mensile Distribuzione moderna sui dati della Grande distribuzione organizzata. Basata sui dati dei supermercati insomma, e che quindi non contempla fatturati e volumi del leader incontrastato del mercato: Nespresso. Per il 2013, come ha spiegato il Sole24ore, si parla di  240 milioni di euro, 27 milioni in più rispetto al 2012 e 20 in meno rispetto alle stime previste per il 2014. Praticamente il doppio di tutti i competitor messi insieme.

L’ufficio brevetti Ue contro il “monopolio”

Un successo, quello del colosso svizzero, in gran parte dovuto alla capacità di vendere il brand e con esso un’idea di stile di vita, ma in parte anche condizionato dal fatto che intorno alle capsule in alluminio è esistito un lungo contenzioso legale che si riassume grosso modo così: Nespresso faceva causa a chiunque iniziasse a produrle. Dopo una serie di sconfitte, comunque, il marchio è stato definitivamente messo all’angolo dall’European Patent office, l’ufficio brevetti europeo, che nel 2013 ha stabilito che non esiste alcun monopolio sulle capsule.

La dittatura della capsula

Intanto, diversi produttori erano entrati sul mercato con le loro di capsule, in alluminio o no, anche perché quello si era affermato ormai come un business imprescindibile. Lavazza, Illy, Kimbo, Vergnano, Zanetti e da qualche tempo anche Pellini sono tutti marchi che si sono adeguati alla dittatura della “macchinetta elettrica”, a discapito della moka.

Un problema di pigrizia

Cambiano i gusti degli italiani? In realtà, il problema non sembra essere tanto di gusto quanto di comodità o, se si vuole, di pigrizia. E di risparmio di tempo o, se si vuole, di impazienza, visto il tempo che ci vuole per farsi un caffè con la moka e quello che ci vuole per farlo con le capsule. Una cosa sembra certa «indietro non si tornerà». Ad assicurarlo a Linkiesta è stato il proprietario della Segrafedo Zanetti, Massimo Zanetti, spiegando che «è come per le insalate pronte, i consumatori pensano che sia meglio spendere di più per fare prima».