I No Tav? Per i difensori non sono terroristi ma agiscono per “valori morali”

Quella notte, armati di cesoie e maschere antigas, assalirono in trenta, tutti rigorosamente con i volti coperti, il cantiere Tav del cunicolo esplorativo di Chiomonte. Per alcuni interminabili minuti il cantiere si trasformò in un  campo di guerra. Gli assalitori lanciarono contro le forze dell’ordine una dozzina di molotov, spararono bengala e razzi da un rudimentale mortaio, scagliarono diverse bombe carta, incendiarono un generatore. Tagliarono le reti di recinzione da un lato e, dall’altro, chiusero con lucchetti e catene gli ingressi dai quali sarebbero potuti entrare gli agenti per mettere fine alle devastazioni. Un’azione violenta, coordinata e ben pianificata, che avrebbe persino potuto lasciare qualche agente sul terreno.
Ma per i difensori di quattro di quei sanguinari anarchici No Tav, non si può parlare di terrorismo. Anzi, quegli estremisti agirono «per motivi di particolare valore morale e sociale». E, quindi, vanno assolti dall’accusa di terrorismo. E meritano le attenuanti generiche per altri reati. Al massimo, se proprio li si deve condannare, che abbiano una condanna sotto i due anni in maniera da ottenere la condizionale.

«Nessun grave danno al Paese, fu un gesto simbolico»

E’ l’incredibile richiesta dell’avvocato difensore dei quattro imputati che, al processo ripreso oggi nell’aula bunker di Torino contro i quattro anarchici No Tav accusati di atto terroristico per l’attacco del 14 maggio 2013 al cantiere del Tav di Chiomonte, prova a scardinare la richiesta avanzata dai pubblici ministeri, 9 anni e 6 mesi di condanna.
«Siamo un Paese messo male, ma non così male che un fatto tanto modesto come un’azione contro il cantiere del Tav possa addirittura cambiare la linea politica ed economica delle istituzioni», sostiene l’avvocato Claudio Novaro che contesta che l’attacco sia tale da provocare «un grave danno al Paese», come invece affermato dalla Procura, «facendolo retrocedere dal proposito di costruire l’opera».
«Venne bruciato un compressore e fu soltanto un gesto simbolico. Nessuno pensava che si potessero davvero bloccare i lavori», minimizza Novaro. Che per allontanare dai suoi assistiti il rischio concreto di una condanna per terrorismo – «il terrorismo è un’altra cosa», sostiene – annota che ai 4 è stata manifestata la «solidarietà» non solo del movimento No Tav della Val Susa, «segno – dice – che la percezione sociale è molto distante dalla qualificazione di terrorismo».

In due anni 123 inchieste sui No Tav con 707 indagati

In realtà l’attacco, violentissimo, aveva fatto seguito a un’aggressione di un operaio del cantiere durante il cambio turno di lavoro. Un’escalation che, per certi versi, ricorda molto quella delle Br come aveva notato subito lo stesso Fassino: «episodi gravissimi che per modalità e violenza richiamano alla memoria stagioni eversive tristi e buie del passato».
«Per i tempi, le modalità e gli strumenti usati l’azione al cantiere Tav di Chiomonte mostra come i violenti si siano dotati di una organizzazione paramilitare», aveva notato un funzionario di polizia.
Di fronte al volume di violenza perfino Sinistra e Libertà quel giorno fu costretta a prendere le distanze dagli assalitori. E da quell’assalto che secondo la Digos, fra tutti quelli che si sono
succeduti negli ultimi venti mesi, è stato il più incisivo dal punto di vista militare. Tanto da indurre la Procura a ipotizzare e, poi, formalizzare, l’accusa di terrorismo. La prima volta in assoluto rispetto alle varie inchieste aperte sul movimento No Tav: 123, fra il 2010 e il 2012, con 707 indagati e reati che vanno dalle lesioni alla resistenza a pubblico ufficiale al danneggiamento.