Marocchina pestata perché “troppo occidentale”. Ecco i precedenti

Quando vivere all’occidentale diventa motivo di violenza. Umiliazione. Morte. Quando la punizione islamica esercitata da padri, fratelli o parenti di vario ordine e grado su ragazzine “ree” di essersi “troppo” inserite nel tussuto sociale su cui sono state trapiantate, viene spietatamente messa in atto dal vicino della porta accanto. Questa volta è accaduto a Forlì, dove una quindicenne marocchina è stata picchiata dai suoi familiari e rinchiusa in bagno, colpevole agli occhi dell’integerrimo genitore e dei suoi fidi figli maschi di avere assunto atteggiamenti poco consoni alla legge morale e ai diktat comportamentali che la religione musulmana impone ai suoi proseliti.

Picchiata da padre e fratelli perché vive troppo all’occidentale

È stata la stessa ragazzina – riferisce la stampa locale – a chiamare la polizia con il cellulare, e a spiegare poi agli agenti di essere stata picchiata dopo essere rientrata da un giro con un coetaneo, pure lui marocchino, in un centro commerciale della città. Lì avrebbe incrociato un amico dei suoi fratelli, che le avrebbe scattato una foto, inviandola ai parenti: «Guardate cosa fa vostra sorella…» reciterebbe la provocatoria didascalia dell’istantanea. Al ritorno a casa, quindi, la ragazza sarebbe stata chiusa a chiave nella sua stanza e picchiata. La mattina dopo, dal bagno dove si era rifugiata, ha chiesto aiuto al 113 e gli agenti hanno ricostruito la vicenda. Vicenda che oggi vede la quindicenne affidata ad una struttura per minori seguita dai servizi sociali, con tanto di referto medico dell’ospedale Morgagni-Pierantoni che l’ha giudicata guaribile in 20 giorni per un trauma cranico e ferite a viso, spalle e costole causate da pugni e schiaffi. Motivi per cui, il padre e i due fratelli della ragazzina sono stati denunciati dalla squadra Mobile di Forlì per lesioni aggravate e maltrattamenti. Certo, le ferite del corpo si rimargineranno: ma in qualunque modo si concluderà l’indagine coordinata dal pm Lucia Spirito – che sta valutando anche l’ipotesi di sequestro di persona – la ferita interiore sanguinerà a lungo. Una storia di integralismo ossessivo prima ancora che di mancata integrazione, sfociato nell’ennesima violenza domestica su una ragazzina indifesa. Ecco altri illustri precedenti.

Sulle orme del sangue di Hina

1 – Uno dei primi casi che ha sconvolto l’opinione pubblica e insaguinato le nostre province è stato quello di Hina, la ragazza pakistana uccisa a Sarezzo (Brescia) ad appena 21 anni dai propri parenti perché non voleva adeguarsi ai costumi tradizionali della propria cultura d’origine: desiderava andare a convivere con il fidanzato italiano.

2 – Proprio come Hina, anche la giovane Sanaa Dafani, una diciottenne di origine marocchina che viveva a Pordenone, è stata brutalmente accoltella­ta dal padre, deciso ad uccidere quella figlia ai suoi occhi “disonorevole” perché andata ad abitare dal fidanzato italiano.

3 – E come Hina e Sanaa, anche Nosheen, una pakistana di Novi, in provincia di Modena, è stata selvaggiamente punita da padre e fratello per il suo opporsi al matrimonio combinato dai suoi familiari: e mentre i congiunti la prendevano a sprangate – che l’avrebbero ridotta in coma per mesi – la madre intervenuta in sua difesa veniva uccisa dal marito, poi condannato all’ergastolo.

4 – E neanche un mese fa, a Ravenna, è venuta alla luce dopo anni di percosse, umiliazioni e maltrattamenti, la storia di una giovane originaria del Bangladesh, venduta a 12 anni a un anziano connazionale come sposa bambina per saldare un debito di 30.000 euro contratto dai genitori.

5 – E poi è stata la volta di Jamila, 20 anni pakistana, nata in Italia, segregata in casa e costretta a interrompere gli studi dai fratelli perché troppo bella e perché già promessa sposa ad un cugino del suo paese d’origine.