Capone, segretario Ugl: senza la politica industriale l’Italia non riparte

La conferma è arrivata stamattina: anche l’Ugl ha proclamato lo sciopero generale, perché «mai come in questo momento storico il mondo del lavoro è sotto attacco». A spiegarlo è il segretario generale Paolo Capone, in una mattinata di telefonate e confronto con i segretari di categoria per capire se spostare, come Cgil, Cisl e Uil, la data della mobilitazione dal 5 al 12 dicembre.

Segretario, scenderete in piazza con gli altri sindacati?

La tendenza è quella. Avevamo deciso anche noi la data del 5 dicembre perché, anche se abbiamo proclamato un nostro sciopero generale, con le nostre motivazioni, pensiamo che il forte disagio sociale provocato dalla crisi e il forte attacco ai diritti dei lavoratori necessitino di una risposta contemporanea, se possibile anche unitaria. Ora, su sollecitazione delle nostre categorie, stiamo valutando se spostare la data anche noi per non disperdere questo momento di protesta forte.

Perché avete deciso anche voi di proclamare lo sciopero generale?

Per il ridimensionamento, se non proprio la cancellazione, degli effetti di garanzia del lavoratore dell’articolo 18. Per il Jobs act, la riforma del mercato del lavoro che ci crea perplessità a partire dalla terminologia: il lavoro non può essere un mercato, è un valore. Assistiamo a una complessiva riduzione delle tutele per i lavoratori, si inserisce una flessibilità che non garantirà – ne siamo sicuri – nessun posto di lavoro in più. Per l’assenza di un piano industriale per il Paese e di politiche di incentivo dello sviluppo.

Quali sono le priorità da affrontare?

Certamente la definizione di una politica industriale è una priorità. Non esiste più da vent’anni, se non con interventi occasionali. Serve un meccanismo di incentivazione per le imprese. E a livello contrattuale noi ribadiamo la nostra battaglia storica per la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, che può essere la chiave di volta per contribuire a rilanciare la produzione in Italia.

L’Ugl parla di partecipazione da sempre. Crede davvero che si possa realizzare?

È vero, fa parte della nostra storia, da quando nel 1950 fu fondata la Cisnal. Ma vedo che oggi molti altri iniziano a richiamarla. Penso al dibattito di questa estate sul modello tedesco, che si avvicina molto alla nostra idea di partecipazione. Dimostra che inizia a essere un’esigenza sentita da più parti, anche se comunque rischia di rimanere una dichiarazione di interesse generale malgrado l’articolo 46 della Costituzione. Per noi è un obiettivo primario.

L’Ugl ha partecipato al tavolo sulla riforma della P. A. con il ministro Madia. Quale idea si è fatto?

L’idea che era arrivato il momento di proclamare lo sciopero generale. La riforma non risolve i problemi fondamentali, rischia di essere semplicemente una spending review mascherata, perché quello diventa se la fai o la immagini senza impiegare le risorse necessarie, in particolare relative al personale, che ha il contratto bloccato da sei anni. Per dare dei numeri, fatto mille di stipendio netto il dipendente della Pubblica amministrazione nel 2014 perde 114 euro di potere di acquisto rispetto al settore privato, che invece ha rinnovato i contratti.

Lei arriva alla guida dell’Ugl dopo una fase difficile, quali obiettivi si è dato?

Nel momento in cui ho accettato la candidatura e poi quando sono stato eletto ho preso l’impegno di rilanciare l’Ugl nella sua azione politico-sindacale, di riportarla fortemente tra i lavoratori. Penso a una Ugl di lotta e di presenza sui posti di lavoro, è un modello che richiede anche uno sforzo organizzativo per una struttura più dinamica, più vicina ai lavoratori e con una maggiore capacità di coinvolgimento nelle decisioni.