Almirante senza schemi: una biografia lo consegna alla storia

Una biografia di Giorgio Almirante – la prima di taglio storico e non meramente celebrativo – che riconsegna finalmente alla memoria del paese un personaggio sul quale hanno pesato troppi pregiudizi acritici. L’ha scritta il giornalista Aldo Grandi, senza sottrarsi al confronto con una personalità complessa ma astenendosi al tempo stesso dall’uso di schematismi manichei. Un’operazione editoriale che cade nel centenario della nascita dello storico leader missino, fascista non pentito (Almirante, biografia di un fascista, Sperling & Kupfer, pp.452, euro 18,90) per la quale l’autore si è avvalso della collaborazione dell’editore di destra Alessandro Amorese e dei suggerimenti dello scomparso Donato Lamorte e di Adalberto Baldoni.

Operazione culturale necessaria

Un’operazione che è anche di profondo valore culturale e che era ormai necessaria in questa Italia dove le memorie, prima ancora di essere condivise, vengono troppo spesso strumentalizzate. Non a caso in conclusione del suo lavoro Aldo Grandi riprende il giudizio espresso da Indro Montanelli nel “coccodrillo” su Almirante pubblicato su Il Giornale nel 1988: “Dei reduci di Salò Almirante è stato quello che meglio, con più facilità e disinvoltura, si adattò alla libertà e seppe adattarvi un partito nutrito di rimpianti totalitari e di tentazioni eversive”.

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La sua visione del fascismo

Una biografia, prima ancora di interpretare, deve raccontare: e dal racconto emerge la personalità di Giorgio Almirante, la sua visione del fascismo – cui aderì con il giovanile entusiasmo di tanti altri suoi coetanei – e gli errori conseguenti (il superamento del razzismo, in primis, ideologia condannata da Almirante in una tribuna politica del 1967 dinanzi al cronista politico del Messaggero Cesare Zappulli), e la sfida della fondazione del Msi, lo stupore per i settanta convenuti alla prima riunione del neonato partito (eravamo nel gennaio del 1947) in corso Vittorio Emanuele 24: “So che l’ingresso era libero – racconterà in seguito – so che fino all’ultimo paventammo che non venisse nessuno; so che ci parve un miracolo quella modesta affluenza di pubblico…”. E ancora la linea, se vogliamo compromissoria, che doveva tenere insieme la fedeltà ai princìpi e la realpolitik: “La storia non si ripete ma non tollera né dimenticanze, né ingratitudini”.

Scelba e i martiri di Trieste

E poi l’incandescente dialettica lanciata contro il ministro Scelba e la passione per il giornalismo ritrovata al Secolo d’Italia per il quale firma, nel 1953, lunghi e commossi reportage sui martiri di Trieste. L’esperienza della piazza, la sfida dei comizi: “I comizi di allora non erano discorsi politici, erano sfide al nemico, appelli al camerata. Dovevamo farci riconoscere, dovevamo compiere una prima ricognizione delle forze superstiti…”. Il racconto, passo dopo passo, del progressivo spostamento di un partito di reduci nell’alveo moderato – deludendo le frange più accese dei giovani ribelli che si erano ritrovati sotto le insegne del Msi – già a partire dalla “lettura” dei moti del Sessantotto fino ai caduti uccisi dall’odio antifascista.

Cari Anna e Mario Mattei…

Un periodo buio e complicato e doloroso, in cui era necessario tenere a freno i sentimenti di odio e di vendetta. Così scrisse Almirante dopo la sentenza di assoluzione del 1975 per Lollo, Grillo e Clavo rivolgendosi ai coniugi Mattei: “Anna e Mario Mattei, come italiano, come vostro fraello, io vi chiedo scusa… Anna Mattei, io so che se ci ritrovassimo oggi, come due anni fa, dinanzi a quella chiesa, nel silenzio attonito di una grande piazza romana piena di popolo in attesa, tu mi ripeteresti il suggerimento di allora: segretario, non parlare di vendetta, ma di giustizia, questo attendono da te Stefano e Virgilio…”.

Storia di un italiano

C’è anche questo, e molto altro, nella vita di Giorgio Almirante. Una storia italiana. La storia di un italiano che merita il posto che gli spetta nell’immaginario e nella storia della seconda metà del Novecento. Un politico che uscì di scena consegnando le redini del partito a Gianfranco Fini, ma forse consapevole che senza di lui l’età aurea del Msi non avrebbe più potuto conservarsi se non come cristallizata nostalgia. Eppure l’uscita di scena era necessaria, secondo gli insegnamenti dello zio Gigetto, di professione attore: “Ricordati, Giorgino, che la platea stasera è piena, ieri lo è stata, domani lo sarà ancora. Ma verrà un giorno in cui i vuoti supereranno i pieni. Allora me ne andrò in punta di piedi, così come sono entrato”.