Dopo la pace con Fitto il Cav incontra Renzi: si va verso l’Italicum 2.0

Riflettori puntati sulle ore 18 quando Matteo Renzi e Silvio Berlusconi torneranno a incontrarsi – la settima volta da gennaio e l’ultima (parola di premier) – per mettere la parola fine al tormentato braccio di ferro sulla legge elettorale e confermare, salvo colpi di teatro, la linea delle riforme condivise con il suggello di un nuovo accordo. Archiviato il rischio della rottura del tavolo,  il patto del Nazareno tiene ma sarà rivisitato e corretto all’indomani del blitz della maggioranza che ha modificato – con l’abbassamento del quorum – l’impalcatura dell’Italicum condivisa con Forza Italia per assicurarsi  la non belligeranza di Alfano. Un cambio delle carte in tavola rifiutato da Berlusconi e denunciato con parole forti da Renato Brunetta («se cambia l’Italicum addio patto), uno dei pasdaran delle linea di opposizione radicale al governo.

La pax con Fitto

Grazie alla pace raggiunta con il ribelle Fitto dopo un lungo chiarimento e al ricompattamento delle file azzurre, il Cavaliere arriva all’incontro con il premier forte di un mandato pieno a trattare (contenuto nel documento votato all’unanimità all’ufficio di presidenza) per riportare in alto l’asticella della soglia di accesso e cercare di incassare il premio di maggioranza alla coalizione sul quale Renzi sembra inamovibile. «Basta rinvii» è la parola d’ordine del premier che intende chiudere la partita entro dicembre prima che il capo dello Stato rimetta il suo mandato, pur rassicurando di non puntare al voto anticipato. «Sì al confronto sulla governabilità ma niente diktat» è la linea di Berlusconi che non intende rinunciare al ruolo di interlocutore privilegiato nella partita delle riforme ma senza piegarsi agli aut aut dell’ex rottamatore.  Cosa strapperà il Cavaliere in cambio del via libera all’Italicum 2.0? Al primo posto la modifica del calendario imposto da Renzi temporeggiando con la trattativa per scongiurare l’incubo del voto di primavera e poi l’innalzamento del barrage per evitare il proliferare dei partitini e tenere all’angolo il Nuovo  Centrodestra.

I nodi irrisolti

Il primo pomo della discordia è rappresentato dalla soglia di accesso al Parlamento con le ricadute sugli equilibri delle alleanze e dei cartelli elettorali. Inaccettabile per Berlusconi quella del 3 per cento uscita dal vertice di maggioranza come condizione per l’accordo con i centristi, Forza Italia chiederà di alzarla al 5 per cento e non è escluso che si chiuda con un compromesso al 4,5 per cento previsto dalla bozza attuale. «Guai a cambiare le soglie sotto ricatto dei piccoli», è stato l’avvertimento lanciato al Pd da Paolo Romani, uno dei fidatissimi di Berlusconi, al quale Alfano risponde a distanza che lo sbarramento del 3% è il punto di equilibrio giusto e che indietro non si torna. Braccio di ferro anche sul premio di maggioranza che il premier vuole attribuire alla lista più votata e il Cavaliere alla coalizione, punto sul quale però Berlusconi sembrerebbe pronto a rinunciare. A oggi al Pd primo partito andrebbe il 55%dei seggi e il restante 45% verrebbe spartito dagli altri