4 Novembre: è la festa civile più bella. Riscopriamola, contro la crisi

Il cielo di Roma è stato solcato oggi, 4 novembre, dalle Frecce Tricolori. È il  segno visibile della festa civile più bella. Riscopriamola senza paura, anche a costo di apparire retorici. Riscopriamola, perché mai come in questi anni di crisi, abbiamo bisogno di fiducia e autostima. Riscopriamola, pensando ai nostri marò, alla loro sofferenza, quella sofferenza che riscatta la dignità italiana, da troppi, e da troppo tempo, calpestata. «4 novembre giorno dell’Unità nazionale e delle Forze Armate: il nostro pensiero va ai patrioti della Prima guerra mondiale e ai marò La Torre e Girone». Lo  scrive il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Fabio Rampelli su twitter. È un impegno che unisce passato e presente, storia già scritta e storia ancora da scrivere.

Sopravvisuta a tre Italie

4 Novembre la festa più bella? E sì, perché a dispetto delle Vestali del 25 Aprile, è la festa nazionale per eccellenza, quella che percorre tre Italie:  l’Italia liberale, l’Italia fascista, l’Italia repubblicana. È la festa della continuità dell’anima civile italiana. È la sopravvivenza della nazione al passare dei regimi e dei sistemi politici. È il ricordo dell’unica guerra realmente vinta dall’Italia. E fu uno sforzo tremendo, per un Paese povero, malamente unito, guidato da una classe dirigente lontana dalle masse. Fu una prova durissima, per un esercito comandato da generali che disprezzavano la vita umana, che sacrificavano migliaia di ragazzi negli inutili assalti alle trincee nemiche, come nelle offensive sul fronte dell’Isonzo. E, sia detto per inciso,  è atroce il fatto che l’Italia sia l’unico Paese a non aver ancora riabilitato la memoria dei soldati fucilati nelle decimazioni, cioè quelle stragi ordinate dai comandi militari dopo il disastro di Caporetto. Ma quel popolo di zappaterra superò la prova. Dopo Caporetto ci furono il Piave e Vittorio Veneto. Non era scontato che avvenisse. La vittoria non era per niente affatto assicurata. Anzi. Avevamo contro uno dei più potenti eserciti dell’epoca, quello austro-ungarico, rafforzato dalle divisioni tedesche (sul fronte italiano combatté un giovane Erwin Rommel, la futura Volpe del deserto). Eppure vincemmo, anche grazie a  uno straordinario atto di volontà collettiva.

Dopo 96 anni

Dopo 96 anni, l’Italia avrebbe bisogno di un atto di volontà simile,  per uscire dalla crisi più dura dal dopoguerra ad oggi. Una crisi non solo economica, ma sociale e politica. Una crisi, soprattutto, morale, una  crisi di fiducia e, appunto, di autostima. Perché in fondo, oggi come ieri, il nemico più feroce di un popolo è annidato al suo interno. Ed è rappresentato dalle pulsioni regressive, dal desiderio di fuga, dai cattivi esempi, dalla spinta verso  il “tutti a casa”. C’è sempre una Caporetto nei nostri incubi nazionali, come, peraltro, c’è sempre un 8 settembre. Ma alla fine ce l’abbiamo sempre fatta, siamo sempre sopravvissuti, abbiamo sempre trovato il modo per ripartire. Certo, non è oggi più l’Italia di D’Annunzio, degli Arditi, del generale Diaz, di Mussolini, di Marinetti e di tanti altri che sarebbe lungo ricordare. Quegli uomini non torneranno più. Ma rimaniamo noi, italiani. E tanto ci deve bastare.