Vuoi entrare all’Università di Oxford? Devi rispondere a domande bizzarre (e che Dio te la mandi buona)

The best and the brightes, solo i migliori. Per entrare all’Università di Oxford, si sa, il percorso è duro e articolato perché è la più antica università del mondo anglosassone ed è tra le più prestigiose d’Europa. Ma di recente ha suscitato stupore una serie la natura bizzarra di una serie di domande parte del colloquio finale per la selezione, che lo stesso istituto ha reso pubbliche ma che difende a spada tratta: «Servono per valutare abilità reali e potenziale». E allora, il candidato perfetto per il corso di studi in Storia dovrà rispondere in maniera esaustiva a quesiti del tipo: «Quanto del passato si può contare?». Oppure, se si vuole studiare musica: «Se potesse inventare un nuovo strumento musicale, quale suono produrrebbe?». Ancora, mostrandogli un cactus l’esaminatore chiede ad un candidato alla facoltà di biologia: «Me ne parli». È un processo di selezione che «induce gli studenti a pensare e non semplicemente a reagire a nozioni», spiega al Daily Telegraph Samina Khan, che dirige le ammissioni. «Vogliamo semplicemente vedere come gli studenti pensano e come rispondono a nuove idee», dice, per valutare «le abilità reali e il potenziale».

In Italia siamo abituati a vicende del genere, accadono ogni anno in presenza dei test. Basti ricordare le domande fatte per l’ingresso a Medicina a Napoli, che nulla avevano a che fare con la facoltà. Per esempio, su Strauss-Kahn e su quale fosse la carica che ricopriva prima di essere sostituito. Inoltre, il candidato medico doveva sapere se il museo Massimo sta a Roma o no. In un quesito, c’era da fare gli investigatori. Bisognava capire, facendo un lungo calcolo dei giorni trascorsi, in che data l’assassino avesse ucciso una persona in un museo.