Vilipendio, appello bipartisan al Colle (che tace): Storace capro espiatorio, quel reato è anacronistico

È un appello bipartisan quello che si leva verso il Quirinale. Forza Italia e Pd si ritrovano sulla stessa linea. E puntano il dito contro quel reato «anacronistico» e ottocentesco che è il vilipendio al Capo dello Stato. Un reato per il quale, ora, rischia di finire in carcere Francesco Storace. I giorni passano. Ma il Colle ed il governo fanno finta di nulla lascino che la candela si consumi fino in fondo. Un “disinteresse” che scandisce il conto alla rovescia verso l’ingresso in carcere del leader della Destra. E che rischia di trasformarsi in un boomerang tanto per Napolitano quanto per Renzi. «Auspico che la vicenda che vede coinvolto l’ex-governatore della Regione Lazio, Francesco Storace, accusato di vilipendio nei confronti del presidente della Repubblica, possa essere affrontata con senso di responsabilità, senza arrivare a misure drastiche, come quella del carcere», ragiona il deputato del Pd, Marco Di Stefano.
«Non spetta a me giudicare se e quanto Storace abbia sbagliato, ma auspico che la magistratura dimostri buon senso, anche alla luce del chiarimento che lo stesso Storace ha avuto con il capo dello Stato –  aggiunge Di Stefano – E’ evidente che occorre anche fare una riflessione seria sullo stesso reato di vilipendio per “aggiornarlo” e renderlo più aderente alla realtà dei nostri giorni: per questo mi auguro che Storace non diventi il capro espiatorio di un reato anacronistico».
Gli fa eco Deborah Bergamini, responsabile Comunicazione di Forza Italia: «Manca una settimana alla sentenza che potrebbe decretare il carcere per Francesco Storace, accusato di vilipendio al Presidente della Repubblica. I giorni passano nell’indifferenza di chi potrebbe risolvere questa assurda situazione con un provvedimento che, evidentemente, assume sempre più i connotati di necessità e di urgenza. Tanto più tenuto conto che Storace ha già avuto un chiarimento con il Capo dello Stato».
«Il silenzio del governo sconcerta – dice amara la Bergamini – Siamo di fronte ad uno snodo fondamentale per tutelare la libertà di espressione ed evitare che un esponente politico votato dai cittadini italiani venga punito con la peggiore delle pene per un reato dal forte sapore anacronistico».
Eppure basterebbe una parola di Napolitano. Che arroccato al Quirinale non si muove.
«Nel diritto penale del nostro Paese – ironizza Storace dalle colonne del “Giornale d’Italia – “indegno” è diventato invece un’offesa da lavare col carcere, da uno a cinque anni di reclusione e magari potremmo accorgercene martedì prossimo, quando si celebrerà l’udienza finale del mio processo riguardante Napolitano. Che non è Nostro Signore, col quale ci chiarimmo (almeno così mi era sembrato), e sarà questo il motivo per cui non ritiene di pronunciare “soltanto una parola”..».
Il riferimento di Storace è al passaggio della Messa in cui il credente chiede al Signore «soltanto una parola e l’anima mia sarà guarita».
«Per far risparmiare soldi allo Stato in questi sette anni dalla polemica sui senatori a vita, sarebbe bastato consultare qualche dizionario – conclude Storace – Capisco che Mastella, il ministro che autorizzò vergognosamente l’indagine contro di me, non sia noto per la lettura, ma paragonare a un insulto un giudizio di valore negativo e per di più rientrato è davvero ridicolo. Tanto più se può costare la galera e, se superiore ai due anni di condanna, la decadenza da consigliere regionale e l’incandidabilità totale, grazie al gioiellino chiamato legge Severino».