Vilipendio al presidente: – 10 all’arresto di Storace per un assurdo reato “gradito” al Pd e a Re Giorgio

Un’odiosa norma ottocentesca. Fuori dal tempo e dalla realtà sociale. Una norma che richiama alla mente i monarchi assoluti arroccati nei propri castelli. Solo che il Quirinale non è un castello. E Napolitano non è un monarca.
Eppure ancora resiste agli assalti del tempo e dell’evoluzione della società il reato di vilipendio al Capo dello Stato, ovvero di offese all’onore e al prestigio del Presidente della Repubblica. Un polveroso reato d’opinione retaggio del secolo scorso. Ogni tanto c’è qualcuno che lo evoca per specularci politicamente sopra. Le cronache ne sono piene..
In queste ore è iniziato il conto alla rovescia per la sentenza contro Francesco Storace accusato di aver definito «indegno» Napolitano nel 2007. Il prossimo 21 ottobre il leader de La Destra conoscerà il suo destino. Forse il carcere. E in tempi di casta sarebbe un colpo tremendo all’immagine di Napolitano e delle istituzioni. Un suicidio a reti unificate.
Erano i giorni in cui il governo Prodi vacillava pericolosamente e i senatori a vita accorsero a dare manforte. Uno spettacolo indecoroso per tenere in piedi a tutti i costi un governo che nessun italiano voleva. Ricorda Storace: «Feci una fortissima polemica contro il sostegno dei senatori a vita all’esecutivo in carica. Uno dei miei giovani usò sul blog la parola “stampella” parlando di Rita Levi Montalcini. Lei scrisse a Repubblica. E Napolitano la ricevette definendo poi l’attacco “indegno”. Io gli risposi, politicamente, con le sue stesse parole: “Semmai è indegno il capo dello Stato”. Fu una scelta di comunicazione, pensai che finissi lì». Ma non finì lì.
Mastella, allora Guardasigilli si affrettò a omaggiare Napolitano. E in 48 ore diede il via libera per perseguire Storace. Che ora rischia il carcere. Solo che il diavolo fa le pentole e non i coperchi. Su Mastella è piovuta da quel momento in poi una grandinata giudiziaria di avvisi di garanzia che oggi fa dire all’ex-pupillo di De Mita pentito di quel gesto: «Non lo rifarei e il reato deve essere eliminato». Adombrando, peraltro, il sospetto di essere stato costretto da qualcuno a dare il via libera per la persecuzione contro Storace. Senza, però, rivelare chi lo obbligò.
Da quando al Quirinale regna Re Giorgio, ex-migliorista di Botteghe Oscure, il Pd non perde occasione per utilizzare come una clava questo reato odioso contro i propri avversari politici. Una specie di tic. Un riflesso pavloviano.
Ai primi di febbraio di quest’anno il deputato del Movimento 5 Stelle Giorgio Sorial viene indagato dalla Procura di Roma per vilipendio al capo dello Stato Giorgio Napolitano sulla base di un esposto del deputato, ovviamente del Pd, Stella Bianchi presentato in seguito all’uso dell’espressione “boia” utilizzata dal collega del M5S.
L’ultimo in ordine di tempo è Federico Leonardo Lucia noto come Fedez.
L’inno che il rapper ha scritto per la Convention al Circo Massimo del movimento grillino – il titolo è evocativo, “Non sono partito” – ha fatto saltare la mosca al naso all’esponente del Pd Stefano Pedica.
La strofa incriminata recita: «Caro Napolitano, te lo dico con il cuore o vai a testimoniare oppure passi il testimone! Dove sono i nastri dell’inchiesta?» con chiaro riferimento agli ultimi sviluppi sulla trattativa Stato-mafia. E ora pure Fedez rischia il processo promosso dai soliti zelanti del Pd. Che ne hanno perfino chiesto la testa a Sky dove Fedez è giudice del programma “X-Factor”.
Il rapporto, rugginoso, fra i grillini e Re Giorgio ha portato anche altre denunce. Nella primavera del 2012, in occasione dell’inattesa vittoria dell’M5S alle amministrative, Giorgio Napolitano, richiesto di un commento, ha fatto spallucce: «Non vedo alcun boom», li sdegnò l’inquilino del Quirinale. Che si ritrovò, in quattro e quattr’otto deriso sul blog da Grillo. Lo definì «una salma». E gli ricordò che stava per sloggiare dal Quirinale per scadenza del mandato. A Grillo si accodarono decine decine di fans. Che sul blog fecero il tiro al bersaglio. La Procura di Nocera inferiore sguinzagliò la Polizia Postale che rastrellò tutti quei post. E indagò 22 grillini per il reato di “offesa all’onore e al prestigio del Presidente della Repubblica”.
Ma vi sono precedenti ben più illustri. Nel 1950 lo scrittore e caricaturista Giovannino Guareschi fu condannato per vilipendio al capo dello Stato a otto mesi di carcere con la condizionale per una vignetta (non sua) pubblicata sul “Candido” di cui era direttore responsabile, nella quale il presidente Luigi Einaudi sfilava, invece che tra i corazzieri, tra bottiglioni di Nebiolo della sua tenuta, impreziositi dall’etichetta Presidente della Repubblica Italiana. Il prolifico autore di Don Camillo poi questa condanna la sconterà per davvero perché unita alla condanna per diffamazione su denuncia di Alcide De Gasperi. Che morì mentre l’umorista scontava le due condanne nel carcere di San Francesco del Prato a Parma dove rimase recluso 409 giorni. Caustico, Guareschi sentenziò: «…Mi ha invece rattristato la morte improvvisa di quel poveretto (De Gasperi, ndr). Io, alla mia uscita, avrei voluto trovarlo sano e potentissimo come l’avevo lasciato: ma inchiniamoci ai Decreti del Padreterno…».
Sulla carta tutti assicurano che vorrebbero abolire l’articolo 278 del Codice Penale. Ma, nei fatti, fa molto comodo per “malmenare” politicamente gli avversari politici. Un esercizio, come si è visto, che il Pd esercita con una certa frequenza.
Naturalmente c’è chi, soprattutto a sinistra, è convinto che sia un reato nato con il codice Rocco per tutelare Mussolini e il re. In realtà nasce molto prima, con il codice Zanardelli del 1889, quando Mussolini aveva appena 6 anni.
«Il capo dello Stato sarà pure il primo dei cittadini ma non può essere più uguale degli altri di fronte alla legge», argomenta Grillo, uno di quelli convinti che il reato sia nato con il fascismo.
La proposta di abrogazione del reato è calendarizzata al Senato. Quasi tutti d’accordo. Meno uno, Lumia. Del Pd, ovviamente. Due i disegni di legge, uno presentato da Gasparri, l’altro dagli M5S, i più “torturati” da questa norma-capestro. Il bello è che a “frenare” sono proprio i grillino. Che dicono: abrogarlo sì, ma non acceleriamo per Storace che rischia il carcere. Un doppiopesismo che, come si è visto, non porta bene.
Comunque la storia della Repubblica è piena di caduti, inciampati nell’articolo 278 del Codice penale.
Il più permaloso è stato Oscar Luigi Scalfaro. Che, naturalmente, è stato anche quello più preso di mira. La sua ancella è il professor Passigli, manco a dirlo, parlamentare Dem. Che ha “infilzato” con le sue denunce per vilipendio al capo dello Stato Berlusconi, Fini, Previti, Ferrara (per ben due volte) e Pannella. Una raffica di denunce che suggerisce al senatore di An, Romano Misserville, di buttarla sul ridere: battezza il suo cane con il nome di Oscar Luigi, si autodenuncia e poi incornicia in bella mostra, l’avviso di garanzia della Procura. Nel frattempo, però, il reato di vilipendio fa altre vittime illustri. Tocca a Vittorio Feltri, a Belpietro, al giornalista Luca Josi, ancora a Pannella e a Rita Bernardini con lo strascico perfino di una perquisizione nei locali di Radio Radicale. Una cosa dell’altro mondo che finisce per ridicolizzare ancor di più la stantia norma.
Il senso del ridicolo, va detto, non è una qualità che va a braccetto con questo tipo di precetto. E lo dimostra la condanna a otto mesi, come quella toccata a Guareschi, per Licio Gelli. Che, sul mensile di Conegliano il Piave scrive una lunga articolessa dal titolo urticante: «Ma Scalfaro è davvero cattolico?». Una domanda che gli vale appunto la denuncia e la condanna per offesa all’onore e al prestigio del capo dello Stato.
Finito il settennato di Scalfaro, passa indenne e liscio come l’olio quello di Ciampi. Ma quando arriva Re Giorgio al Quirinale ricominciano i guai. Ne fanno le spese Belpietro, Di Pietro, Giuseppe Ciarrapico e, appunto, Storace. Che ora rischia il carcere. Ma Re Giorgio rischia il ridicolo.