Torna a Roma la pittura monumentale del “fascista” Sironi: la riscoperta dopo l’ostracismo

Le monumentali scenografie dominate dall’elemento architettonico, le vedute di periferie desolate e desolanti, i lavoratori possenti intenti a forgiare il futuro, ma anche le penitenti, le montagne le nature morte: l’arte intrisa di dramma di Mario Sironi torna a Roma (dopo un’assenza di vent’anni) per la grande mostra fino all’8 febbraio 2015 negli spazi del Complesso del Vittoriano. Esposte circa 90 splendide opere che, dagli esordi simbolisti e divisionisti, passando per il futurismo e la metafisica, fino alla pittura murale e agli ultimi cicli delle Apocalissi, raccontano l’intera parabola creativa di questo straordinario maestro, penalizzato in vita e dopo la morte per la  sua militanza fascista. La vicenda di Sironi è simile a quella di altri illustri esponenti della cultura italiana che hanno conosciuto una ingiusta rimozione dal dopoguerra in poi ad opera dell’egemonismo ideologico della sinistra culturale.

Presentata alla stampa, Sironi 1885-1961  è stata curata (con la collaborazione dell’Archivio Sironi di Romana Sironi) da una delle massime esperte dell’artista, Elena Pontiggia, che è riuscita ad allestire una bellissima selezione di capolavori, capace nel suo insieme di testimoniare sia l’evoluzione stilistica sia il portato morale che inscindibilmente la sottende. Dalle numerose opere concesse in prestito da musei e collezioni private, emerge infatti con chiarezza quanto veritiera fosse stata una dichiarazione di Pablo Picasso, secondo cui «avete un grande artista, forse il più grande del momento e non ve ne rendete conto». Definito anche un «notissimo sconosciuto» Sironi ha pagato da subito la sua coerenza politica attraverso il tentativo di oscuramento della sua opera, delle sue idee, della sua concezione  dell’arte come forma di educazione e mobilitazione civile. La mostra del Vittoriano (e il 10 ottobre a Milano, a Palazzo Cusani, se ne aprirà una incentrata sul cartone preparatorio della vetrata della Chiesa dell’Annunciata dell’Ospedale Niguarda Ca’ Granda) rende dunque conto degli ultimi decenni di studi, del faticoso sforzo della nipote Romana di sistematizzare un immenso archivio, nonché dei dipinti di epoca giovanile, ispirati ai movimenti simbolisti e al Liberty che poi detestò per il resto della vita. «Non sembra neanche la sua mano», dice la Pontiggia che ha portato per la prima volta all’attenzione del pubblico una serie di piccoli dipinti provenienti da raccolte private. Avvicinatosi nel 1913 al Futurismo, grazie anche all’amicizia con Boccioni, diventa ben presto il pittore-architetto per il quale, sempre e comunque, «costruire è necessario». Ogni sua opera racconta questo processo, che lo fa aderire al movimento di Marinetti nonostante il suo «fortissimo innamoramento» per il classico, per l’antico. È il dinamismo plastico dei futuristi ad attrarlo, spiega la Pontiggia, proprio perché lo individua quale espressione di costruzione. La macchina raffigurata in un paesaggio urbano, però, «non è velocità, è volume», come i camion massicci nel centro delle strade. La stessa visione del mondo lo introduce nella poetica metafisica, alla quale si avvicina nel 1919.

Trasferitosi da Roma a Milano, in un momento per lui difficilissimo, l’artista inizia a dipingere le periferie, incredibili paesaggi urbani stagliati contro un cielo cangiante, in cui si esprime la durezza della vita. «Tragico, ma mai disperato», prosegue la curatrice, quelle periferie grondanti solitudine sono però forme salde «che danno un senso di eternità laica». Così come i suoi monumentali lavoratori sono figure possenti e arcaiche, capaci di costruire, a fronte di fatica e asprezza, un’immagine di grande energia.