Sul Jobs Act Renzi canta vittoria ma la prova del fuoco sarà alla Camera. Tocci vota sì e si dimette

«Ieri i senatori hanno fatto un grandissimo passo avanti». Matteo Renzi sfoggia il sorriso miglioredopo il via libera di questa notte alla fiducia sul Jobs Act. Renzi sottolinea che «il margine» dei voti della maggioranza «è molto forte, 165 a 111: sono molto contento anche del risultato numerico». Una soddisfazione che gli consente di essere magnanimo con gli oppositori interni al suo partito, come il senatore dem Walter Tocci che ha annunciato le dimissioni dal Senato in dissenso dal Pd sul Jobs Act dopo aver votato la fiducia. «Tocci ha espresso le proprie posizioni ma poi ha accettato la linea del partito. La sua intelligenza, passione e competenza sono necessarie in un partito che ha il 41 per cento». Sul filo della retorica e solo dopo il successo incassato, aggiunte: «Nonostante abbiamo idee diverse farò di tutto perché resti in Senato. Proverò a dirgli che le sue dimissioni sono un errore». La tensione, al Nazareno, resta tuttavia alta e rischia di invadere l’Aula di Montecitorio. Lì i numeri della maggioranza sono ben più solidi che a Palazzo Madama ma, non per questo, la trincea della sinistra Pd sarà meno agguerrita. Anzi, “strozzati” da una lealtà al partito che li ha indotti ad assicurare il sì alla fiducia sul Jobs Act mercoledì notte al Senato, i membri della minoranza si sono ricompattati in un documento che, se da un lato marca una visione che, sulla riforma del lavoro, resta differente da quella del governo, dall’altro tenta di dare forma alle anime del dissenso Democrat, finora piuttosto frammentate, anche sul Jobs Act. Un documento che vanta 36 firme tra i democrat: 27 sono i senatori, tutti, pressoché, firmatari degli emendamenti della minoranza Pd alla legge delega; 9 sono invece i deputati, tutti membri della Direzione. Tra questi ultimi spiccano due membri della segreteria Dem, Micaela Campana e Enzo Amendola, i bersaniani D’Attorre e Zoggia, l’ex segretario Epifani e uno dei Democrat più oltranzisti nel dissenso anti-renziano come Stefano Fassina. Non c’è, quindi, solo Area riformista nel gruppo che oggi mette nero su bianco le “luci” ma soprattutto “le ombre” emerse dal maxiemendamento del governo alla legge delega. Tanto che uno dei firmatari racconta: «Le firme sono 36, ma i parlamentari d’accordo molti di più». Renzi è avvisato.