Renzi in Senato: «Abbiamo imposto la crescita all’Ue». Ma Juncker lo smentisce: il rigore resta centrale

Il peso dell’Italia in Europa, la bontà delle riforme avviate, il cambio di passo imminente rispetto alle politiche del rigore. A Bruxelles è tempo di passaggio di consegne: il primo novembre la nuova commissione guidata da Jean Claude Juncker prenderà il posto di quella presieduta da José Manuel Barroso. E, in vista dell’ultimo Consiglio europeo della vecchia stagione che si terrà giovedì, il premier Matteo Renzi ha riferito in aula al Senato. Lo ha fatto sfoderando quel repertorio rassicurante e tutto all’attacco che lo caratterizza dalle aule parlamentari, alle comparsate tv fino agli appuntamenti di partito. Ma che spesso si scontra con la realtà, incarnata stavolta da Juncker, che parlava alla plenaria di Strasburgo, e dai richiami della Commissione, che sta per inviare all’Italia una lettera in cui chiede chiarimenti. «La grande vittoria di questi mesi per l’Italia è stata imporre un piano di investimenti da 300 miliardi, primo segno di attenzione alla crescita e non solo alla austerità», ha detto Renzi. Più o meno negli stessi momenti, però, Juncker ammoniva sul fatto che «le regole di stabilità non si cambiano». «Non ci saranno svolte epocali», ha aggiunto, spiegando che «la disciplina di bilancio, con la flessibilità e le riforme strutturali sono necessari per ridare slancio all’economia europea». Quanto alle riforme, poi, il premier ha rivendicato l’orgoglio di quello che sta facendo, sostenendo che «noi non siamo gli osservati speciali». Pressoché contemporaneamente, però, arrivava la notizia dell’invio della lettera in cui la Commissione europea chiede chiarimenti sulla manovra 2015, sulle riforme e sulle coperture.