Né Duce né Reagan, Renzi si ispira al Pippo nazionale

E adesso tutti a chiedersi che cosa diventerà il Pd dopo che Renzi ha tratteggiato il profilo di un ipotetico “partito-nazione”. Lo fa Piero Ignazi su la Repubblica rispolverando da par suo il bagaglio dei fondamentali organizzativi che ogni partito a dimensione europea dovrebbe avere per durare oltre l’abituale pesca delle occasioni. Lo fa, con sarcasmo, ironia e  taglio analitico Vittorio Macioce dalle colonne de il Giornale, mettendo in risalto la vocazione ad occupare spazi, a prendersi tutto e il contrario di tutto, in una vocazione all’allargamento delle schiere di adepti, a prescindere dalle spinte culturali e dai riferimenti ideali di ognuno. È il partito “pigliatutto” che fonda la sua esplosiva attrattività sulle qualità propagandistiche del leader, sulle sue performance telematiche, sulla imperturbabile propensione ad un narrazione semplice ed accattivante delle cose che colpiscono l’opinione pubblica, l’immaginazione delle gente, senza necessariamente doversi preoccupare della sostanza né tantomeno del fatto che alle promesse seguano i fatti. Niente a che vedere, si badi, con le teorie sulla nazionalizzazione delle masse o con quelle che ispirarono José Ortega y Gasset ad occuparsi delle ribellione di queste ultime. Secondo Macioce, Renzi, più che imitare il Duce e Reagan, oppure ispirarsi al partito nazionalista di Enrico Corradini, fondato, guarda caso, a Firenze nel 1910, e senza avere nelle vene neppure un goccio di sangue del D’Annunzio di Fiume, appare simile a un Pippo Baudo in sedicesimo. Il Pippo Baudo che riempiva ogni angolo televisivo e appariva talmente invasivo da risultare insostituibile. Per Renzi, il Pd deve, appunto, trasformarsi in un Pippo qualsiasi. Non importa chi canti al festival di Sanremo. L’importante che ci sia il Pippo nazionale.

Ecco, il “partito-nazione” coniato dal  premier riassume la sua essenza proprio in questo suo essere privo di substrato ideale, alieno da ogni forma progettuale, liquido perché forgiato a misura elettorale e non per costruire un futuro solido e consistente da offrire ad una Italia dimessa e rassegnata. Se la destra è in crisi, o non c’è perché priva di riferimenti e in piena afasia, al Nostro basta rispolverare qualche frase ad effetto ed evocare la Nazione  come fattore unificante. Se, poi, a sinistra qualcuno rumoreggia e avverte l’onta della vergogna per siffatto cedimento, nessuna preoccupazione. L’importante è prendere a destra e a manca. Non è forse vero che viviamo in epoca di grande omologazione, di disperante piattezza, di massacrante pensiero unico? E, poi, non siamo forse tutti figli dell’Italia?