«Matteo Renzi come Margaret Thatcher»: l’ardito paragone di Susanna Camusso

Come la Thatcher? Magari. Magari il giovane Matteuccio fosse come la lady di Ferro! Se c’è una cosa in cui i sindacalisti italiani sono maestri è quella di incartarsi e farsi male da soli. E così, stavolta è toccato alla Camusso spararla grossa. Alla spasmodicaricerca di argomenti e prima dell’incontro fissato a Palazzo Chigi sulla questione dell’articolo 18, donna Susanna se ne è uscita con l’ingombrante raffronto: Renzi somiglia a madame Thatcher! Paragone tranciante, che secondo la leader della Cgil dovrebbe suonare come una condanna definitiva. Inappellabile. Che forse, nelle intenzioni, dovrebbe perciò consigliare se non costringere il segretario piddino a invertire la marcia. E magari, farsi indicare la linea dal sindacato di riferimento, quello che una volta era la mitica «cinghia di trasmissione» da cui proveniva parte dell’elité politica della sinistra. Ma che orrore. Somigliare alla lady di Ferro. Fare di Matteo quasi un discepolo. Come un Tony Blair qualsiasi. E, no. Non ci siamo. Magari Renzi seguisse l’esempio della signora Thatcher. Magari combattesse una battaglia per il lavoro e l’innovazione come fece la lady di Ferro regalando alla sua Gran Bretagna dopo mesi di tumulti e tensioni, anni di vera crescita e sereno benessere. Magari mandasse a quel paese come fece appunto la Margaret di Downing Street, gli esegeti dell’Euro e di una Unione europea farlocca e germanocentrica difendendo la Sterlina e con essa l’autonomia britannica.  Magari Matteo Renzi riuscisse nell’impresa di annichilire un sindacato classista, barricadiero e attento soltanto alla tutela dei tutelati, alla difesa di chi già ha un lavoro e soprattutto alla salvaguardia delle proprie prerogative. Un sindacato con le greppie sempre piene, che controlla la previdenza nazionale, che nomina consiglieri di amministrazione, che gestisce fiumi di danaro in assenza di qualsivoglia vigilanza, che s’ingrassa con i rimborsi statali ai centri di assistenza fiscale, che distribuisce e moltiplica i permessi sindacali. Se avesse ragione la Camusso il giovanotto di palazzo Chigi comincerebbe a starci più simpatico e soprattutto si potrebbe finalmente sperare in una svolta, in un sovvertimento concreto dell’establishment che ingessa questa povera Italia. Purtroppo non è così. Quello della leader sindacale è solo una stilla di veleno gettato addosso al presidente del Consiglio. Il quale a sua volta pensa di poterne limitare il potere di interdizione mettendolo al servizio della sua attualmente inarrestabile ascesa politica. Tutto il resto è la solita fuffa. È sempre la stessa manfrina ad uso dei media. Con la Camusso che cerca di strappare la ribalta a Renzi. A beneficio dei soliti creduloni. Da convocare prossimamente a Roma per l’ennesima manifestazione con tanto di pullman pagato, fazzoletti, bandiere, palloncini e colazione al sacco.