Matera “capitale” senza stazione. La cultura europea rischia di finire su un binario morto

Bos Lassus Firmius Figit Pedem: tradotto letteralmente significa che il bue stanco affonda ancor più fermamente il piede nella terra. Ma il tenore letterale non rende fino in fondo giustizia al motto che campeggia sotto il bue d’argento effigiato nell’azzurro stemma di Matera. Per penetrarne appieno il concetto bisogna infatti risalire molto indietro nel tempo,  pomeriggio del 29 dicembre del 1514 quando il conte Giovan Carlo Tramontano fu ucciso da una folla di materani inferociti per l’innalzamento continuo delle tasse. Un’attività che sembrava essere lo sport preferito dal nobile napoletano, non a caso figlio di un facoltoso banchiere. Solo se si torna lì ed alle numerose rivolte che si sono nel tempo susseguite  nella Città dei Sassi, si può capire che il bue del motto non è altri che il popolo pacifico, capace tuttavia di ribellasi al giogo se stanco dei soprusi.

Da allora è trascorso esattamente mezzo millennio e tante cose sono mutate, a cominciare dalla sorte dei ministri tassatori, oggi tutt’al più sfiduciati, rimossi, sbertucciati e comunque (per fortuna) mai linciati. Nel frattempo, nel 1993, Matera è diventata patrimonio Unesco dell’umanità grazie all’unicità del patrimonio storico-architettonico-abitativo. Che piacque talmente all’attore-regista Mel Gibson da sceglierlo per gli esterni del suo Passion, il bellissimo film sulle ultime ore di Gesù. E  prima di lui fu Pierpaolo Pasolini con il suo Il Vangelo secondo Matteo”. E ora, a mo’ di ciliegina sulla torta, è arrivata l’elezione a capitale europea della cultura. Tutto è cambiato da allora, tranne la condizione di città tagliata fuori dalle vie di comunicazione. Certo, non è come al tempo del conte Tramontano ma a tutt’oggi la città è ancora l’unico capoluogo di provincia ad essere privo di una stazione ferroviaria.

Non se ne è mai accorto nessuno e ora lo gridano un po’ tutti, in omaggio al consueto copione italico che contiene solo il modulo per le denunce contro ignoti e mai quello per l’assunzione delle personali responsabilità. E ora è già partita la corsa contro il tempo per immaginare progetti faraonici ed effetti speciali con cui stupire i cinque milioni di visitatori (tanti se ne prevedono) che nel 2019 andranno ad ammirare le mirabilie dei Sassi e non solo. E non si è necessariamente profeti se si azzarda che – tempo due anni da oggi – la solita inchiesta giudiziaria scoverà la solita cricca di grassatori ed appaltatori interessati al solito appalto. Scoppierà la solita polemica mentre il solito dibattito sulle occasioni mancate del Sud finirà su un binario morto. Il solito anche quello. Sempre che il bue non torni ad incazzarsi.