Leopardi, il giovane favoloso che potremmo vedere sulle t-shirt al posto del Che…

Con tutto il rispetto per il film di Mario Martone su Giacomo Leopardi – applaudito da tutti, in primis da Giorgio Napolitano – non è che l’Italia doveva aspettare lui per confrontarsi con uno dei geni più stimolanti della nostra storia culturale. Certo, il suo “Il giovane favoloso” farà tendenza, ma fare della sua interpretazione – Leopardi come il “Kurt Cobain dell’800” – la chiave di volta dell’esegesi leopardiana (esagerati, in questo senso, i complimenti di un Saviano) è ingeneroso verso le eccellenti menti – citiamo solo Gentile e Nietzsche – che si sono interrogate sul poeta di Recanati.

Del resto, Leopardi è uno dei pochissimi scrittori da antologia che piace anche agli studenti. Provate a confrontarlo con un Parini o con un Alfieri… Leopardi, al contrario di loro, è un amico da comprendere. Un po’ triste ma in fondo se lo poteva permettere perché – per usare l’espressione disinvolta di un liceale – era “uno che c’aveva i cazzi suoi” (il fisico malato, l’insuccesso con le donne, le incomprensioni con il padre) e quando dice che la natura è “matrigna” Leopardi “ci prende alla grande”. E certo è vero che sul suo fisico esile gravano le incrostazioni scolastiche, perché Giacomo è sempre, da decenni, quello del “natìo borgo selvaggio” e di Silvia dagli occhi “ridenti e fuggitivi”. E basta visitare il palazzo Leopardi a Recanati per accorgersene: dinanzi alla poderosa e prestigiosa biblioteca messa su da papà Monaldo i visitatori se ne stanno tutti incollati alla finestra dalla quale – pare – Giacomo si beava della vista della figlia del fattore – pare – morta in tenera età. Che poi devi andare all’università per scoprire che la Silvia vera per Recanati non ha mai camminato e devi essere un po’ meno incline ai pregiudizi per sapere che l’oscurantista Monaldo consentiva l’accesso popolare ai suoi amati libri (il che per i recanatesi del tempo non sarà stata un gran festa…) e che era così poco clericaleggiante da avere un intero reparto di titoli messi all’indice…

E tuttavia è lo stesso un grande merito di Martone riportare il pubblico italiano a dialogare a distanza con l’autore delle Operette morali e dei Canti e riuscire magari a fare con Leopardi la stessa “operazione Montaigne” che Antoine Compagnon ha fatto in Francia, trasformando un filosofo in un esistenzialista pop. Può succedere, certo, anche con Leopardi. Ci si augura che succeda, anzi. Che in fondo il Giacomo un po’ “sessantottino” non sarebbe meno stonato del “Leopardi progressivo” di Cesare Luporini, con la conseguente appropriazione indebita della critica di sinistra di un autore assai tragico. Eppure bastò quel verso, “le magnifiche sorti e progressive” dell’umana gente (paraltro usato dal poeta con ironia) per arruolare Giacomo nelle schiere dei chierici marxisteggianti. La potenza del mezzo cinematografico può fare miracoli e magari far diventare Giacomo Leopardi (infelice ma a modo suo “eretico”) un simbolo cult per le t shirt di domani. Dopo l’abusato ritratto del Che il delicato profilo di un poeta che ci parla di bellezza e di infinito. Perché no…