Jobs Act, fiducia anche alla Camera? Renzi si appresta a “rottamare” il Parlamento

Inizia giovedì alla Camera l’esame del Jobs act in Commissione lavoro. L’ipotesi di far marciare spedito il provvedimento anche a Montecitorio con il ricorso alla fiducia stuzzica Matteo Renzi: questo impedirebbe alla minoranza del Pd di avere uno scenario in cui tornare ad alzare la voce e ridurrebbe i rischi della gazzarra grillina (Grillo ha promesso che i Cinquestelle ricorreranno ad ogni mezzo contro il provvedimento). Ma nel partito non l’hanno presa bene e a lanciare segnali di guerra al premier ci ha pensato Cesare Damiano: “Ritengo sia da evitare anche anche perché non siamo di fronte a scadenze come il vertice a Milano”. Anche gli azzurri di Forza Italia avvisano il presidente del Consiglio: se ricorre alla fiducia, Renzi vuole la rottamazione anche del Parlamento.

A pensar male a volte ci si prende, ammoniva Giulio Andreotti. E in effetti che Matteo Renzi mostri verso il Parlamento la stessa malcelata insofferenza che nutre verso i dissidenti interni non è una novità. Ma ora anche i suoi supporter, come Piero Fassino, ribaltando la tradizione della sinistra, per decenni affezionata alle prerogative della repubblica parlamentare, non nascondono affatto l’emergere del nuovo trend renziano: il Parlamento è in realtà inutile. Sentiamo cosa dice al Corriere il sindaco di Torino: “Lo dico con dolore: ma se il Parlamento restasse chiuso sei mesi, potrebbe perfino capitare che nessuno se ne accorga”. E ancora: “Nel tempo reale, in cui tutto quel che accade è subito noto sul telefonino o sul web, il tempo differito della decisione politica è troppo lento”. E che fare allora? Limitarsi a ritwittare i messaggini di Renzi nel segno della nuova era della democrazia internettiana? Fassino non lo dice, si limita a definire quasi esaurito il ruolo del Parlamento. Lo aveva del resto sottolineato Antonio Polito in un editoriale, sempre sul Corriere, di qualche giorno fa, in cui definiva i parlamentari “anime morte”: quello di Renzi, scriveva, “è un governo extra-parlamentare; forse il primo di una nuova era. Non solo perché il premier non siede in nessuna delle due Camere ma per motivi più di merito. Si moltiplicano infatti i luoghi di decisione politica esterna che il Parlamento non può rimettere in discussione: il Patto del Nazareno, un discorso nella Direzione del Pd, un incontro estivo con Draghi. La stessa ratifica parlamentare si fa al contempo obbligata (con la fiducia) e vaga (con la delega), trasferendo sempre più il potere legislativo all’esecutivo… Il parlamentare è ormai un’anima morta…”.