Ebola, ora l’Oms punta sul vaccino italiano: si produrrà a Pomezia

È italiano il vaccino anti Ebola. Lo sancisce l’Organizzazione mondiale della Sanità, cui verranno consegnate 10mila dosi entro dicembre e che per il 2015 sta trattando una fornitura di un milione di provette con la GlaxoSmithKline, che quest’anno ha acquistato per 250 milioni di euro l’italiana Okairos, sviluppatrice del brevetto del vaccino. Il valore della fornitura e il nome ufficiale non vengono diffusi, ma quello che colpisce è la velocità con la quale si sta puntando sul vaccino italiano. «In pochi giorni dalla richiesta la Food and drug administration americana ha dato il via libera alla sperimentazione su volontari umani, che è già in corso anche nelle zone colpite, dopo che ha funzionato al 100% sulle scimmie in laboratorio», spiega Piero Di Lorenzo, presidente dell’Irbm science park di Pomezia, che con Okairos ha fondato una joint venture per lo sviluppo e la produzione del vaccino, che verrà tutto dai laboratori italiani. Gran parte del merito è attribuito a Riccardo Cortese, biologo molecolare, che fondò Okairos lasciando lavori sicuri per seguire la sua idea: sviluppare vaccini non da frammenti ma dall’intero virus, “inserito” in un adenovirus. «Iniziò sette anni fa e per sviluppare il metodo scelse di lavorare con l’Ebola, perché già considerato il più ostico da combattere», spiega Di Lorenzo a margine di una presentazione della British American Tobacco, con la quale Irbm sta collaborando nella ricerca per i liquidi delle sigarette elettroniche. Quindi ora l’Oms – e anche la GlaxoSmithKline – si trova con un prodotto “chiavi in mano” sviluppato proprio sul virus che oggi fa più paura, non solo in Africa. La produzione in larga scala sarà realizzata tutta a Pomezia, dove attualmente lavorano una ventina di persone e circa altrettante potranno essere aggiunte a breve. Molto maggiore sarà l’investimento sui macchinari, perché le lavorazioni sono altamente automatizzate. «Tutto avviene secondo le pratiche Gmp (Good manufacturing practices), ma la partecipazione umana rimane rilevante e complessa: le procedure sia di ingresso sia di uscita dalle linea di produzione durano un’ora», aggiunge il presidente dell’Irbm. «E al momento – conclude Di Lorenzo, imprenditore che ha “salvato” il centro industriale alle porte di Roma che la statunitense Merck stava abbandonando – non mi risulta che nel mondo siano disponibili altri prodotti simili».

Intanto le Nazioni Unite, dopo le allarmistiche dichiarazioni preceenti, si smentisce: «In questo momento non c’e’ alcuna prova e non prevediamo che Ebola stia mutando per diventare un virus che si diffonde per via aerea»: lo ha precisato la missione Onu per l’emergenza Ebola (Unmeer), sottolineando come la minaccia che il virus muti ceppo per ora non c’è: «La malattia si diffonde solo attraverso il contatto con i fluidi. I virus mutano – si legge nel comunicato – ma è un processo complesso, che richiede tempo». Unmeer ha tuttavia spiegato che ci sono però rischi reali e attuali: ogni giorno nuove persone si ammalano e altre muoiono perché non possono ricevere le cure necessarie. Quindi, ha ribadito che bisogna focalizzare le energie per affrontare rapidamente tali bisogni e le lacune nelle comunità colpite. Infine, un paziente con sintomi simili a Ebola che di recente aveva viaggiato in Nigeria è stato ricoverato in un ospedale di Washington. «Il paziente è in condizioni stabili e presenta sintomi che potrebbero essere di Ebola: per eccesso di prudenza è stato messo in isolamento», ha detto un portavoce dell’ospedale della Howard University. La Nigeria è uno dei Paesi colpito dal virus ma sono settimane che non si verificano casi di Ebola. Intanto un team privato specializzato in decontaminazione sono entrate nell’appartamento di Dallas dove vive la famiglia che ha ospitato Thomas Duncan, il primo caso di Ebola in America. I decontaminatori sono arrivati per un lavoro di radicale pulizia che potrebbe durare alcune ore. Nell’appartamento abitano quattro persone tra cui una donna legata a Duncan e sua figlia che fa l’infermiera: da quando a Duncan è stato diagnosticato il virus Ebola sono stati messi in quarantena, di fatto prigionieri in casa senza possibilità di alcun contatto con il mondo esterno.