«Desidero essere mamma ma non posso». La storia di Raffaella, colpita dalla sindrome di Rokitansky

Quella che vogliamo raccontarvi è la storia di una donna  affetta da una rara malformazione congenita che le impedisce di avere rapporti sessuali e diventare mamma. La sua potrebbe una storia simile a quella di altre migliaia di donne che a vario titolo non potendo generare si affidano alla fecondazione assistita. E in casi estremi aggirano la normativa italiana e vanno all’estero, ricorrendo all’utero in affitto o alla fecondazione eterologa. Raffaella, è questo il suo nome, a causa della sua grave malformazione non può sottoporsi alla fecondazione e l’unica strada percorribile potrebbe essere quella dell’utero in affitto, che però in Italia è vietata. Ed è questo il punto. «Perché – si chiede – i gay possono adottare e le donne sterili non possono ricorrere all’utero in affitto?». Lei non cerca scorciatoie, non vuole fare viaggi della speranza all’estero, vuole solo far conoscere le sue “ragioni” e portare all’attenzione dell’opinione pubblica il suo caso e quello delle sue compagne di sventura. La sua malattia si chiama sindrome di Rokitansky, dal nome del suo scopritore. «Si tratta – spiega – di agenesia di utero e vagina che significa impossibilità a procreare e ad avere rapporti sessuali. Per questi ultimi basta fare un intervento che crei la strada e cura conseguente per mantenerla. Ma per risolvere la sterilità ci sono l’adozione o l’utero in affitto che qui in Italia non è ammesso, in Svezia invece sì». Ed è proprio questo tema il nocciolo della questione. «Dov’è lo scandalo – si chiede ancora –  se si arriva perfino a dare in adozione un bimbo a una coppia omosessuale? Perché in Italia parlare di utero in affitto è eticamente scorretto? Una donna bisognosa o una donna vicina alla coppia sterile, si offre di ospitare il loro figlio. Perché è il loro, i geni sono dei due, dov’è dunque lo scandalo? Ad una sterilità fisica non corrisponde mai una sterilità emotiva». Ma c’è anche la strada dell’adozione: «Non per tutti è la soluzione giusta – dice Raffaella – Proprio perché affetta da questa sindrome devastante non so se riuscirei ad amare un bambino adottato e per la coscienza e l’etica che mi ritrovo non oso fare questo passo. Non si scherza. E poi se pure volessi per adottare un bambino c’è un iter lunghissimo: bisogna fare la fila e nella fila c’è anche chi un figlio può averlo. Perché non scegliere dei criteri prioritari pure nella legge dell’adozione? Come si fa con i trapianti, dar la precedenza a chi non ne può avere di figli  e invece si da la precedenza a chi ha più soldi, a chi ha prestigio e potere ed ora anche ai gay». Raffaella parla della sua sindrome: «Si sta conoscendo solo adesso, ma non abbastanza. Eppure colpisce una donna su ogni quattromila». Proprio allo scopo di far conoscere la malattia e farla inserire tra quelle rare è nata da poco un’associazione, si chiama Animrkhs. «Un’associazione che vuole dare informazione prima di tutto in modo che non succeda più come è successo a me o ad altre come me, di scoprire tutto all’improvviso in età adulta. Un’associazione – dice ancora – che punta ad ottenere quanti più diritti possibili. Molte di noi hanno problemi ai reni, soffrono di incontinenza, hanno problemi alla colonna vertebrale, per non parlare dell’aspetto psicologico che devasta l’esistenza, forse l’invalidità ci spetterebbe, forse l’esenzione per visite e medicine anche. L’associazione già sta facendo parlare di noi. Ci metteremo in contatto con il ministro Lorenzin, di noi sentirete parlare».