Da Travaglio una replica al veleno a Santoro. “Non sei mica Montanelli…”

Forse non era una sceneggiata. E se lo era, rischia comunque di lasciare strascichi pesanti tra i due attori protagonisti, Marco Travaglio e Michele Santoro. La litigata durante “Servizio Pubblico” di giovedì scorso ha tenuto banco in questi giorni più dei dissapori tra la Merkel e Putin sull’Ucraina: quella fuga dallo studio del vicedirettore del “Fatto”, la lettera aperta di Santoro e i retroscena più o meno attendibili su una diversità di vedute tra i due sul grillismo, hanno scavato un solco nella coppia più incazzata della televisione italiana. L’ultimo atto, però, s’è consumato sulla carta stampata, con un lungo articolo di Travaglio, dal titolo “Io confesso”, sulla prima pagina del quotidiano su cui tutti i giorni il giornalista pennella i suoi editoriali di fango.

L’articolo è un concentrato, ironiche, di scuse a tutti coloro con cui era entrato in conflitto durante la trasmissione dedicata all’alluvione di Genova, dal governatore della Liguria Burlando agli “angeli del fango” che avevano osato contraddire Travaglio. Scuse di essere colpevole di tutto, per dire che lui non è colpevole di nulla. Un’accusa, peraltro, che nessuno gli aveva rivolto. Ciò che era apparso a tutti inaccettabile è quell’arroganza del giornalista del “Fatto” nel voler portare avanti conraddittori a senso unico, che come sempre non danno la possibilità all’interlocutore di poter replicare, pena la levate di scudi quasi infantile di Travaglio, che come sempre, quando non si sente coccolato dagli applausi della claque, perde lucidità e s’infervora come un bambino.

Il veleno sta nella parte finale dell’editoriale, quando Marco si dedica all’amico Michele, colpevole di avergli chiesto un minimo di democrazia nel dibattito. Più che veleno, cianuro. «Mi scuso, con la Democrazia tutta, per aver colto la differenza tra l’insulto e la critica, tra il lasciar parlare e il lasciar mentire. Mi scuso, con chicche e ssia, per non esser nato foca ammaestrata che canta o tace al fischio del domatore. Mi scuso, con tutti, per aver abbandonato lo studio di Servizio Pubblico proprio quando stavano per convincermi: ancora dieci secondi, e avrei confessato che l’alluvione l’ho fatta io. Il fango c’est moi. Santoro ha caricato sulle spalle di Travaglio l’intera storia della tv dell’insulto e si è tirato fuori con una lezioncina crociana, da maestro di verità, sintesi dei padri del giornalismo, da Montanelli a Scalfari: “Ora basta. Non si insultano le persone”». Come a dire, Santoro chi?