“Chi dissente è finito”: il nuovo comandamento dei partiti

Ci sarà un pure un motivo se nei partiti novecenteschi della vituperatissima Prima Repubblica il dissenso riusciva a sprigionare il fascino di un’eresia o di un progetto alternativo mentre in quelli attuali – tutti leadership, talk-show e tweet – l’opposizione interna si estirpa con la fatwa del capo (modalità Grillo), con la cooptazione personale (leggi Renzi) o con il perentorio richiamo all’ordine costituito (vedi Berlusconi con Fini, Alfano ed ora Fitto).

Tempi magri per i dissidenti, verrebbe da dire. Ed in effetti è così: basta un nulla, uno striscione esibito su un palco, la ricerca di un confronto e persino la semplice richiesta di parola per essere iscritti d’ufficio nella lista dei reprobi o dei rompicoglioni. È l’effetto “cerchio magico”, patologia comune a tutti i partiti e che di fatto ha sostituito i vecchi organismi ristretti, anch’essi fiduciari certo, ma sempre un tantino zebrati, un po’ in omaggio al pluralismo e molto per non escludere nessuno dalle responsabilità della gestione. Ben più desolante è invece la situazione odierna con le opposizioni interne ridotte, più che al dissenso esplicito, al dispetto del voto segreto. Tutto questo non è affatto casuale se – come si sosteneva un tempo – le correnti stanno ai partiti come i partiti alla democrazia, cioè sono un male necessario.

In realtà, la riduzione degli spazi in politica è lo specchio della contrazione degli spazi di libertà e della compressione della sovranità popolare. Fateci caso, la cosa che veramente conta in Italia è impedire al cittadino di esprimersi. Solo da noi non si può votare mentre presiediamo l’Europa, mentre si esamina la legge di stabilità, se fa troppo freddo e se c’è troppo caldo. Si dovevano abolire le province, ma è stato solo eliminato il voto degli elettori. Stessa fine farà il Senato: se lo sceglieranno i consiglieri regionali mentre i deputati continueranno ad essere nominati dai capataz dei “cerchi magici”. In più, il nostro codice prevede ancora il carcere per la diffamazione mentre Storace rischia il “gabbio” per vilipendio persino dopo il chiarimento con Napolitano. Il tutto in un Paese dove tra tv e rete l’insulto è ormai lingua ufficiale. E manco teniamo un Solgenitsin.