Berlino “approva” il Jobs Act: Renzi ha fatto bene il compitino della Merkel

E adesso nel Pd scatta l’ora delle recriminazioni a mezza voce, dei rimpianti camuffati col sorriso e degli appelli consapevolmente inutili. Tutti, però, “vecchia guardia” e “giovani turchi”, sono perfettamente consapevoli che la battaglia per modificare il Jobs Act, inglesismo con cui Matteo Renzi ha ribattezzato la riforma del mercato del lavoro, è irrimediabilmente perduta. Non l’onore, tuttavia, se si pensa che il ricorso al voto di fiducia da parte del governo alla fine fa contenti un po’ tutti: Palazzo Chigi incassa il “sì” del Senato impedendo alla minoranza interna l’assalto a colpi di emendamenti sull’articolo 18 mentre questa, dal canto suo, può fare sfoggio di senso di responsabilità evidenziando che tra la battaglia “di principio” e la sopravvivenza del governo ha scelto la seconda e non la prima. Basta ascoltare Bersani quando rivendica “responsabilità e lealtà anche davanti ad una forzatura” per rendersene conto. Oppure basta considerare le parole  del dissidente Miguel Gotor, (“la richiesta della fiducia è un segno di debolezza di Renzi sia verso il suo partito che verso la sua maggioranza”) per capire che la magra consolazione sta cominciando a prendere il posto del furore ideale esibito alla vigilia della battaglia.

Renzi, dunque, si avvia a condurre in porto la riforma. Non tra applausi e fanfare bensì tra mugugni, propositi di rivincita degli sconfitti di oggi, qualche perplessità degli alleati di governo sul merito del provvedimento e l’ostilità della Cgil, decisa a non recedere dallo sciopero generale del 25 ottobre. Ma a Renzi fa gioco proprio così: più la riforma è osteggiata, più è in grado di lucidare l’appannata immagine del governo presso i partner europei, segnatamente la Merkel.

E dalla Germania arrivano già i primi cenni di approvazione: proprio in queste ore una fonte governativa a Berlino ha assicurato che Renzi ha ”il sostegno” del governo tedesco sulla riforma del lavoro, come se in Italia le leggi non le dovesse approvare il Parlamento nazionale ma il Cancellierato di Berlino. Un’altra prova che gli Stati membri la sovranità non la stanno cedendo all’Europa ma alla Germania. Ma anche un ulteriore conferma della formidabile rete di relazioni interne ed internazionali che Renzi è riuscito a creare: davvero non male per uno come il premier che un giorno sì e l’altro pure si vanta di combattere contro i poteri forti.