Anche la Cisl d’accordo: gli scioperi hanno affossato Il Teatro dell’Opera di Roma

Nel coro delle polemiche e delle rivendicazioni spicca la voce sindacale controcorrente della Cisl che, nel pasticciaccio brutto di Piazza Beniamino Gigli, ha intonato note di dissenso: «L’atteggiamento tenuto nei mesi scorsi da parte della Cgil e dei sindacati autonomi – ha dichiarato il segretario della Fistel Cisl di Roma e del Lazio, Paolo Terrinoni – con gli scioperi in occasione della stagione estiva di Caracalla e la decisione di non firmare il piano di risanamento, ha danneggiato il teatro e ogni iniziativa sindacale intrapresa». Poi, dopo aver definito comunque «un colpo mortale all’Opera, ma anche alla cultura a Roma e in Italia» la decisione del Cda «di avviare la procedura di licenziamento collettivo di 182 persone tra musicisti di orchestra, una decisione che come sindacato critichiamo fortemente», Terrinoni ha stigmatizzato però anche «l’atteggiamento della Cgil e dei sindacati autonomi». E, in clima di bacchettate, l’ultima arriva via Twitter da Matteo Orfini, presidente del Pd, che commentando la proposta di licenziamento dell’orchestra e del coro dell’Opera di Roma annunciata giovedì da Ignazio Marino e dal sovrintendente Carlo Fuortes dopo la decisione del Cda ha postato online: «Se davvero per l’Opera l’unica soluzione è questa, il sovrintendente, che non ne ha trovate altre, dovrebbe condividere il destino dei lavoratori».

A cercare di spiegare la giustificazioni su una scelta drastica come quella annunciata è intervenuto l’assessore alla Cultura di Roma Giovanna Marinelli, che sulla delicata situazione del Teatro dell’Opera capitolino ha precisato: «Il rischio ravvicinato era quello della chiusura integrale, del licenziamento di tutti, della rinuncia ad avere un’Opera a Roma. La strada scelta è certamente difficile, ma è l’unica che possa far superare questi scogli, e l’unica capace di mostrare una via di rilancio per il teatro. Questo ha animato le decisioni del Cda e, con esso, l’amministrazione di Roma Capitale, la Regione Lazio e il Mibact». Una spiegazione che vorrebbe essere calmierante, ma che è pure la rivendicazione di una scelta difficile e sicuramente impopolare: «Gli sforzi compiuti nel corso di quest’anno per il risanamento dei conti e per il rilancio – ha aggiunto quindi la Marinelli – rischiavano di essere compromessi da una situazione di conflittualità e instabilità che è arrivata a determinare la rinuncia del maestro Muti alla direzione di due allestimenti chiave per la stagione 2014-15, e ai danni gravissimi (economici e di immagine) che questa situazione ha provocato. Credo che la città e chi ama davvero l’Opera di Roma  – ha quindi concluso l’assessore capitolino – questo lo abbiano capito. È la voglia di ripartire (anche con questi orchestrali se riorganizzati e con un diverso modello contrattuale), e non qualche assurda voglia punitiva, che ci ha mosso. Altre soluzioni le avremmo pagate, magari tra qualche mese, con la bancarotta del teatro, l’impossibilità di accedere alla legge Bray, una ben più drammatica chiusura che avrebbe segnato la fine della lirica nella nostra città».
Una lettura dei fatti condivisa naturalmente dalle dichiarazioni del governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, che a riguardo ha ribadito: «Non c’è nessuna volontà di chiudere il Teatro dell’Opera, né tantomeno di lasciare qualcuno a casa. Al contrario, rispetto a una situazione drammatica e alla concreta ipotesi del fallimento, la scelta è quella di rilanciare l’Opera rifondando il sistema delle relazioni e utilizzando un nuovo modo di lavorare che non intacchi gli artisti e i lavoratori». Tutti d’accordo, meno gli orchestrali ovviamente. Il dado sembra essere tratto: ai posteri – e agli addetti ai lavori – l’ardua sentenza…