Truffa all’ospedale israelitico, il pm: un raggiro da milioni di euro contro il servizio sanitario nazionale

Una truffa pari «a milioni di euro per centinaia di trattamenti sanitari» per un periodo che va dal 2009 al 2014. Così i pm della Procura di Roma definiscono il presunto raggiro ai danni delle casse della Sanità regionale nel decreto di perquisizione all’Ospedale Israelitico svolta oggi dai carabinieri del Nas. Negli uffici della Regione e delle Asl è stato invece eseguito dai carabinieri un ordine di esibizione per l’acquisizione di documenti. Concorso in truffa e falso i reati contestati oltre che al Direttore Generale dell’ospedale Israelitico anche ad alti dirigenti del nosocomio tra cui il direttore sanitario Luigi Antonio Spinelli e il vice direttore amministrativo Tiziana D’Agostino.
Secondo i pm Corrado Fasanelli e Maria Cristina Palaia, gli indagati «avrebbero attestato falsamente, nella documentazione trasmessa agli uffici della Regione Lazio competenti al pagamento delle prestazioni sanitarie in convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale, interventi sanitari».
L’indagine è lo sviluppo dell’inchiesta che coinvolse nel gennaio scorso l’ex-presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, nella sua veste di direttore generale dell’ospedale Israelitico. L’inchiesta madre riguarda fatti risalenti al 2009 quando un controllo dell’Asl Roma D su prestazioni dell’Ospedale Israelitico portò alla luce incongruenze: fatture per semplici interventi odontoiatrici per i quali venivano richiesti alla Regione rimborsi onerosi da intervento con ricovero.
Dai controlli successivi emerse che tra il 2006 e il 2009 la richiesta di rimborsi alla Regione Lazio per «interventi fantasma» da parte dell’Ospedale Israelitico accadeva nella stragrande maggioranza dei casi verificati, il 94 per cento delle cartelle cliniche. La Regione Lazio governata da Nicola Zingaretti perciò sospese il pagamento di 15,5 milioni di euro in fatture all’Ospedale Israelitico, e congelò i due protocolli d’intesa che la vecchia amministrazione stipulò con la struttura sanitaria nel 2011 e nel 2012.
Ora emerge che fra i dieci indagati vi è il direttore generale dell’ospedale Israelitico, Antonio Mastrapasqua e due funzionari della Regione Lazio già coinvolti nel procedimento madre, non legati all’attuale amministrazione, oltre a 7 dipendenti dell’ospedale.
Lo sviluppo dell’indagine sulla maxi truffa al Sistema sanitario nazionale che coinvolge i vertici dell’ospedale Israelitico è nato da una serie di ispezioni disposte dalla Regione Lazio e dagli uffici delle Asl Rm A e D per episodi che coprono un periodo che va dal 2009 al 2014.
Le irregolarità nei rimborsi ai quali ha avuto accesso l’Ospedale Israelitico, oggetto dell’inchiesta della Procura di Roma riguarderebbero i settori di ortopedia, per gli interventi all’alluce valgo, e le prestazioni di assistenza domiciliare integrata e di assistenza domiciliare oncologica. Analoghe irregolarità erano già emerse in passato nel settore odontoiatrico. Per l’attività di ortopedia sono «stati inseriti a rimborso come prestazioni di ricovero», in realtà effettuate «in regime di day hospital o day surgery, remunerato con 4.629 euro anzichè con 2.759 euro e altresì interventi sanitari che avevano riguardato biopsie trans perineali erano stati inseriti a rimborso come prestazioni di ricovero e remunerati rispettivamente 1.459 euro e 1.331 euro invece di 238 euro e 151 euro».
Ma ciò che più ha sorpreso i pm è che gli indagati erano arrivati a modificare «lo stato dei luoghi, la destinazione degli ambienti dell’ospedale e delle attività sanitarie svolte» in modo da «indurre in errore» gli ispettori della Regione.
I pm scrivono che alcuni degli indagati «avendo appreso in anticipo dell’ispezione svolta da personale dell’Asl Rmd, alteravano lo stato dei luoghi, la destinazione degli ambienti dell’ospedale e delle attività sanitarie svolte, in modo tale da indurre in errore il personale ispettivo».
Nel decreto viene citato anche un’altro episodio relativo ad una ispezione della Regione «finalizzata al controllo delle prestazioni di assistenza domiciliare integrata, la cosiddetta Adi, e di assistenza domiciliare oncologica, la cosiddetta Ado».
Gli indagati, tra cui anche due primari, «hanno fornito decine di false cartelle cliniche di anziani in regime di Adi e Ado in precedenza mai compilate e facevano giustificativi, falsi nel contenuto e nella data, in relazione alla mancanza di documentazione sanitaria di assistiti in regime di Adi e Ado».